La memoria è una prova di pazienza

Adriana Chemello, 11 marzo 2018

Giacoma Limentani ci ha lasciato lo scorso 18 febbraio. È difficile ora parlare di lei, raccontare che cosa ha significato la sua presenza per noi che l’abbiamo conosciuta, amata, che abbiamo avuto la fortuna di godere della sua amicizia, di sentire la forza e la luce del suo sguardo, di ascoltare dalla sua voce storie, aneddoti, frammenti di vita, ma anche di condividere lo stupore e la paura per i sempre più frequenti fenomeni di intolleranza, di razzismo e antisemitismo che caratterizzano il nostro tempo. Tre mesi fa, il 18 novembre 2017, presso la Casa internazionale delle donne di Roma, la Società delle Letterate, di cui era socia onoraria, l’aveva festeggiata per i suoi novant’anni e lei si era sentita circondata da tanto affetto ed era orgogliosa di questo riconoscimento di cui aveva sottolineato il valore simbolico fin dal 2002, quando era stata invitata come relatrice ad un convegno: «Trovarmi qui come persona da voi autorizzata a parlare del proprio concetto di letteratura, non è per me cosa di tutti i giorni. In genere mi vengono appiccicate due etichette contrastanti, che in un senso o nell’altro tendono a togliermi il diritto di parola. Per gli scrittori sono un’ebraista, mentre per gli ebraisti sono una scrittrice».

In questo suo ultimo intervento pubblico è tornata a riflettere sul valore della parola che trascina senso ma soprattutto emozioni, perché «ogni parola è emozione, la parola non è solo qualcosa che passa e suona, bensì è qualcosa che resta e noi lo vediamo molto bene nella scrittura». E aveva invitato il pubblico a prestare attenzione affinché la parola sia “pura” e non “volgare”, capace cioè di «avere un riscontro emotivo in chi ascolta». Aveva anche parlato del suo amore per la musica, lei che fin dall’adolescenza si sentiva “abitata dalle canzoni”, inondata di suoni e di musica fin dalla nascita dalla madre pianista, nutrice del suo spirito, e circondata da una “tribù ebraica” dove l’elemento sonoro era parte imprescindibile del lessico familiare. Ma si sentiva anche “salvata” dalle canzoni perché nei lunghi mesi della Resistenza romana, quando la famiglia si era rifugiata a Cave, erano state proprio le sue canzoni a distrarre l’ufficiale tedesco, distogliendolo dall’ordine di perquisire tutta l’abitazione, dove erano nascoste armi e un partigiano ferito.

Giacoma Limentani era nata a Roma, in una famiglia di antiche tradizioni ebraiche (il nonno paterno era Rabbino) l’11 ottobre 1927. Una famiglia colta e poliglotta dove si parlavano diverse lingue strane, come sperimentarono non senza disagio le amichette che frequentavano la sua casa per fare i compiti e le merende insieme. Nella sua vita di bambina ebrea, figlia di antifascisti, l’irrompere delle leggi razziali del 1938 la costrinse all’abbandono della scuola pubblica e ad una specie di “invisibilità sociale”, cui s’aggiunse la cinica offesa di uno stupro consumato su di lei adolescente da quattro squadristi, come ritorsione nei confronti del padre socialista. Uno stupro che la bambina tacerà anche alla madre perché «se nessuno sa, la cosa non esiste» e perché «il silenzio è l’unica possibile comunicazione del dolore». Ma il silenzio diventerà con il passare del tempo «aguzzo» come un pugnale, mentre la nonna, unica testimone dello scempio, resterà per lunghi anni la vestale del suo ostinato tacere.

Ma prima di abbandonare la scuola pubblica, quando frequentava la seconda ginnasiale, Giacometta ricordava ancora con commozione l’incontro con una «grande maestra», Emma Castelnuovo, in particolare la prima lezione in cui aveva spiegato ai suoi giovani allievi le tre possibilità di leggere la realtà (orizzontale, verticale e sghembo), suscitando la loro ilarità ma soprattutto conquistandosi la loro fiducia. Costretta ad interrompere il regolare curriculum scolastico, aveva seguito i corsi per giovani ebrei tenuti da alcuni professori di Friburgo, a loro volta allontanati dall’insegnamento in Italia. Dopo la Liberazione prese la licenza liceale, anche se in seguito non la utilizzò mai.

Cominciò ad avvicinarsi alla scrittura un po’ per gioco, nei mesi in cui rimase nascosta con la sorella in un convento di suore. Poi si appassionò a queste «storie abbastanza improbabili» e, accanto alla funzione di staffetta-interprete svolta presso la Commissione Alleata dove aveva trovato lavoro, la necessità di raccontare storie la portò a scrivere con vari pseudonimi libretti gialli e d’amore, di cui non volle mai rivelare i titoli.

È stato l’amore per il padre e la necessità di fare ordine nelle sue storie familiari a risospingerla verso la tradizione ebraica e gli “uomini del Libro”. Giacometta – come preferiva essere chiamata dagli amici e dalle amiche – è stata una scrittrice dall’attività multiforme, traduttrice, saggista e abile narratrice, sempre attenta al valore della parola. Interessanti le riscritture di racconti biblici, Il grande seduto (1979), un’indagine affascinante attorno alla figura biblica di Giobbe e della sua unica figlia Dina; Gli uomini del Libro. Leggende ebraiche (1975; 1995); L’ombra allo specchio. Racconti (1988) dove, nella Premessa, avverte la lettrice che scrivendo il libro non ha intenzionalmente controllato le fonti, preferendo «affidar[si] alla memoria che, se non è sempre filologicamente precisa, trova però spesso imprevedibili nessi che generano elaborati sorprendenti». Da affiancare alla lettura dei due volumetti Giona e il Leviatano e Regina o concubina. Ester, entrambi con disegni di Francesco Pennisi (1998 e 2001), con l’avvertimento, A mo’ di premessa di Giona: «Ci sono libri che segnano l’esistenza di chi legge, che chi li ha letti desidera far leggere ad altri nella convinzione che siano sempre, comunque e per tutti fonti di aiuto e di riflessione, di ammaestramento e di diletto». E accanto alla figura di Ester vediamo uscire dalla sua penna la rivisitazione di altre bibliche figure femminili rimaste per secoli in ombra e votate all’invisibilità. Da non trascurare, nella sua attività di scrittrice, Nachman racconta. Azione scenica in due atti (1993) e la traduzione di Nachman di Breslav, La principessa smarrita (1981). Nell’ambito della saggistica va ricordato Il Midrash. Come i Maestri ebrei leggevano e vivevano la Bibbia (1996), dove il midrash è «invenzione letteraria derivata da uno svisceramento dei testi sacri». E soprattutto la raccolta di saggi Scrivere dopo per scrivere prima. Riflessioni e scritti (1997) che pone al centro l’atto dello scrivere: scrivere dopo l’impulso che l’ha determinato, dopo aver imparato a scrivere, dopo aver avvertito la necessità di scrivere.

Scrivere è sempre un mettersi in relazione, ma è, in particolari situazioni storiche, una pressante necessità. Si scrive «per annotare quanto non va dimenticato, per rivelarsi a se stessi, per inserire la propria testimonianza nella scia di una tradizione amata, per comunicare con gli altri». Si scrive dopo l’esperienza per raccontarla, per fissarla sulla carta, per comprenderla e renderla presente a sé e per rappresentarla ad altri. Ma anche «per scrivere prima che la speranza si avveri. È cercare almeno di prospettarla». Lo scrivere prima è qualcosa di più di un «aiutare chi legge a guardare avanti», è la relazione che salva perché aiuta a cambiare, sottrae al circolo vizioso del ricordo che opprime, paralizza, condanna «a una solitudine che taglia fuori perfino dal proprio passato». Scrivere prima è un antidoto al «deserto delle idee», aiuta a «guardare avanti» con la forza del presente aperta verso il futuro. Il file rouge che tiene insieme i saggi è la fedeltà all’imperativo ebraico Zakhor!Ricorda «che dà alla mano destra l’esperienza necessaria a operare e alla lingua la conoscenza indispensabile per interrogare, rispondere e narrare costruendo nuova memoria. Mentre se viene disatteso lascia muti. Senza futuro».

Ma Limentani si è dedicata anche alla narrativa con tre “racconti autobiografici”: In contumacia (1967), Dentro la D (1992), La spirale della tigre (2003), di recente accorpati in un unico volume pubblicato con il titolo Trilogia (2013).

Facendo proprio l’insegnamento midrashico «il poco che sorregge il molto», Giacometta ha preso l’abbrivo da «quel piccolo, personale flusso di vissuta esperienza, che trasforma una miriade di dati storici frammentari in umana, vivificante, costruttiva memoria».

Le narrazioni di Limentani catturano «amorevolmente» soprattutto per la inconsueta, originale modalità di lavorare sulla propria memoria, in un andirivieni a tratti vorticoso tra passato e presente. Seguendo il filo della sue narrazioni, Giacometta ha esplorato le «radici della vertigine» da cui con saggezza e vigore è affiorata alla superficie attraverso la scrittura, superando la «cancrena del silenzio», convinta della necessità della testimonianza. Arrotolandosi nel passato, ha aperto a tutte noi orizzonti di possibili «futuri da contemplare». Dopo aver racimolato ricordi, facendone un accurato inventario da abile ed esperta archivista, ha affidato alla penna lo spartito della sua memoria.

I racconti vengono incontro a chi legge in un’alternanza di vuoti e pieni, luci e ombre, presenze e assenze, dedizione e abbandono. Così dallo «schedario del suo cuore» è venuto prendendo forma il mosaico di una memoria individuale che si rifrange, attraverso le «leggende familiari», nella memoria di una collettività.

«La memoria è un silenzio che attende, una prova di pazienza», ha scritto la poetessa portoghese Ana Hatherly. Attraverso la nostalgia dei ricordi Giacometta ha indicato la via che apre la finestra sul futuro, che aiuta a guardare avanti, senza sottrarsi al dovere della testimonianza.

Già pubblicato su Il manifesto

 

 

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