Addio Giacometta

Silvia Neonato, 20 febbraio 2018

 

Il 18 febbraio a novant’anni Giacoma Limentani ci ha lasciato. Questa è la sua ultima intervista, pubblicata su Leggendaria n. 127/2018, dove parla di sé,  della sua famiglia ebrea e antifascista, della violenza subita a 11 anni, della scrittura, degli uomini e dei maestri della Bibbia. E poi la passione per il canto

 

«Mi vengono appiccicate due etichette contrastanti… Per gli scrittori sono un’ebraista, mentre per gli ebraisti sono una scrittrice». Così scrive di sé Giacoma Limentani in una intensa relazione realizzata nel 2002 per un convegno della Sil e ora riportata nel ricco volumetto Il mosaico della memoria, a cura di Adriana Chemello e a lei dedicato per i suoi 90 anni e che conta sul contributo di tante studiose di più generazioni. In quella relazione Giacoma racconta del conflitto tra la penna e il pensiero, ovvero tra l’impulso a scrivere (perché “le storie premono”) e “la capacità di creare per esse l’espressione, il ritmo di cui abbisognano, lo stile che le renderà comunicabili”.

Un conflitto che può condurre su strade impervie. Eppure lei ha scritto moltissimo, fin da ragazzina, durante la guerra, quando era nascosta in un convento di suore per sfuggire al Lager nazista. Poi fin dal ’45, quando era impiegata come interprete per gli Alleati, scriveva, in due giorni, per le edicole dei giornalai dei romanzetti – così li chiama lei stessa – gialli e rosa, per guadagnarsi da vivere. Poi ancora ha scritto saggi per ragazzi e per adulti, sulle donne delle Scritture come Ester, Dinah, Sarah, ma anche Gli uomini del libro uscito con le illustrazioni del genovese Lele Luzzati, cui l’ha legata l’amicizia di una vita. E infine tre romanzi autobiografici raccolti nella Trilogia. Limentani è scrittrice, traduttrice, studiosa profonda della cultura ebraica (è nata nel ghetto di Roma) pur non essendo credente. E ha animato gruppi di studio imperniati sulla Torah e sul Midrash. E poi canta fin da bambina con passione, tanto da aver anche confezionato di recente un doppio Cd con un amico pianista per raccogliere le canzoni della sua vita.

«Non facciamola tanto lunga», dice lei soave e sbrigativa. «Della cultura ebraica sono una discreta conoscitrice. Ed è vero, canto da sempre e sono figlia di una pianista, ma siamo poco più che due dilettanti, anche se nei miei libri ho descritto mamma come una pianista importante. Nel momento in cui scrivi accade che la realtà si sbrindella, un fatto può diventare un po’ più grande o più piccolo di quello che è. Le storie restano vere, è la mia vita, ma nel racconto fluisce diversamente. Io, la penna e la carta siamo in collaborazione ma anche in contrasto: se per un motivo qualunque mi viene da rimpicciolire una storia, procedo».

Non ha perso il gusto dello scherzo, Giacometta Limentani, come si evince dai giochi linguistici sulle iniziali delle parole cari alla tradizione ebraica, presenti nella Trilogia, il volume in cui Iacobelli ha raccolto tre scritti autobiografici di periodi diversi: In contumacia, il più celebre, uscì per Adelphi nel 1967 ed è quello che racconta la violenza sessuale subita da quattro fascisti nella sua casa romana quando aveva 11 anni. Seguono Dentro la D (1992, uscì con la genovese Marietti) e il più recente La spirale della tigre, del 2003. Tutti mescolano la storia famigliare con ricordi, documenti, lettere, digressioni sulle sacre scritture, citazioni di rabbini, numerologia, in un andamento a spirale che trasportano lettori e lettrici in un mondo raffinato, sognante e tagliente, unico. Come quando racconta del trisavolo Leone che commerciava in acqua minerale e a un certo punto, volle scambiare la sua merce con una tigre impagliata e se la mise a casa nel ghetto ebraico a Roma. O dei gatti che tutto sanno. O della sua famiglia poliglotta, zie fedifraghe comprese, con una bisnonna francese e la lingua russa che i suoi genitori usavano in casa quando avevano bisogno di non farsi capire dai figli.

Preferisce esser chiamata Giacoma o Giacometta?

«Sarei Giacoma, come tanti miei avi, ma fui Mina e Giacometta fin da piccola, per via di una canzoncina in voga nell’Italia fascista. Giacometta comunque mi piace, è la moglie di Gianduia e io amo la cioccolata. Poi Adelphi, quando pubblicò In contumacia, mi chiamò Giacoma, forse giudicava l’altro nome troppo frivolo per il mio testo un tantino triste…».

Nelle sue pagine autobiografiche l’antifascismo della sua famiglia è presente quanto l’identità ebraica. Del suo amato padre, ha detto che non è mai riuscita a mettere per iscritto come lo riducevano i fascisti.

«Ce lo riportavano a casa massacrato; erano gli stessi quattro che hanno seviziato me ragazzina. Molti anni dopo, ho trovato le parole per dire di me, ma non riesco a raccontare la violenza fatta a mio padre per anni. C’è un’idea sbagliata, strana, del fascismo in Italia: il nazismo è stato talmente feroce che vogliamo cullarci in una sorta di volto bonario della dittatura mussoliniana. In realtà i fascisti furono capaci di cose orribili. Mio zio Carlo, socialista, l’uomo che mi ha insegnato a non avere pregiudizi, si uccise perché non reggeva più i pestaggi e le persecuzioni di cui era vittima. Occorre dare voce a tutto ciò che è accaduto prima di Auschwitz. La Shoah è un vuoto terrificante, occorre raccontare, scrivere per ricostruire anche il prima, il pieno. Altrimenti ci accontentiamo di una memoria omologante».

Lei conosceva bene i suoi aguzzini in divisa.

«Certo, uno di loro aveva un figlio che veniva a scuola con me. Gli squadristi arrivavano dalla vicina caserma per cercare gli ebrei stranieri che ospitavamo in casa, tornavano poi a prendere mio zio o mio padre. Oppure venivano quando ero sola con la nonna per carpirmi informazioni su mio padre. Mi violentarono un giorno dell’estate del 1938, c’era solo la nonna in casa, che tenne il segreto con me. Erano state promulgate da poco le leggi razziali e questo permise loro un comportamento così feroce con una bambina: ormai noi eravamo non-persone, razza inferiore, ebrei, si poteva fare qualunque cosa, anche a una bambina di 11 anni. Ancora oggi non posso andare in questura a fare i documenti senza tremare».

Dopo la guerra, però Giacometta voleva solo cantare e diventare ballerina.

«Sì, eppure a 15 anni, con mio padre, avevo avuto compiti di staffetta e di sabotaggio. Con il mio fucile sparavo alle gomme dei mezzi tedeschi, papà era stato ufficiale di artiglieria nella prima guerra mondiale e sapeva usare le armi. Ma io nel ’45 volevo solo dimenticare, detestavo le celebrazioni antifasciste e i partigiani dell’ultima ora, quelli che ho visto sfilare dopo il 25 aprile, tanti, troppi. Già da bimba cantavo, ballavo, componevo musica, mi invitavano persino alle feste fasciste coi miei boccoli alla Shirley Temple. Dopo la guerra fui letteralmente travolta dai ritmi jazz, migliorai il mio inglese cantando le canzoni americane, mentre il francese lo sapeva tutta la famiglia, grazie alla bisnonna di Avignone che si rifiutò di imparare l’italiano. Ma anche dopo la violenza mi rifugiai nelle canzoni, mi sentivo sola sul pack come il pinguino innamorato cantato dal Trio Lescano, che infatti evoco di continuo nelle pagine del libro».

Quando ha potuto avere di nuovo fiducia nei maschi?

«Conobbi mio marito nel negozio di musica dove andavo a comprare spartiti e dischi. Fu sempre lì che incontrai, nel 1947, Lele Luzzati e il drammaturgo Alessandro Fersen, che rappresentavano la storia di Lea Lebowitz. Nella rinata cultura ebraica, loro davano vita a un nuovo modo di fare teatro. Con Luzzati diventammo amici, delicato e sensibile com’era, lui seppe sgelare la mia diffidenza. Ho avuto un rifiuto terribile degli uomini, per molto tempo. Anche mio marito seppe capirmi, mi convinsi che l’atto sessuale era di nuovo possibile per me, perché redento dall’amore, da un dialogo profondo e dalla condivisione delle idee politiche».

Solo dopo quasi 30 anni ha potuto scrivere dello stupro subito nel ’38.

«Scrissi il racconto in una notte, come un impulso di vomito, come se lo rigettassi. Del resto vomitai molto dopo la violenza. Naturalmente il libro l’ho poi rivisto e, dopo una lunga psicoanalisi, l’ho dato alle stampe. Era il ’67, ricominciai a vivere».

Lei è femminista?

«Sono violentemente antimaschilista. E anche se mi disturbano certi atteggiamenti delle femministe, credo che non si possa essere antifemministi».

Frammenti sacri della tradizione ebraica irrompono nei suoi racconti, disintegrano la realtà, si intrecciano ai fatti. Lei ha scritto che nella scrittura si mescolano memorie intime e storiche, realtà, sogni, aspirazioni.

«Scrivere è un continuo tradurre le emozioni in parole, è una fatica terribile, ma è anche un imperativo per preservare la memoria di ciò che è accaduto. Non si possono sbagliare le parole, come non si possono sbagliare le note di una canzone. Poi bisogna tenere conto che ci sono cose che noi vogliamo scrivere e altre che pretendono di essere scritte. Poi, proprio come nel midrash i maestri ebrei leggevano e vivevano la Bibbia ogni volta in modo diverso, così ogni storia si può scrivere in tanti modi».

Lei dice che vorrebbe scrivere “il poco che sorregge il molto” di ogni singola vita.

«Sì, sono sfumature, attimi. E ogni momento è importante, ha sfaccettature diverse perché ciascun personaggio è diverso da un altro. Quando scriviamo non ci sono le pause che possiamo fare nel parlare, da cui lasciamo trapelare le nostre emozioni. Quando scrivi della tua intimità non è facile trovare le parole».

Quali progetti ha?

«Se riesco vorrei scrivere un’ultima parte della mia biografia, i giorni di Napoli, dove sono stata tra il 1944-45. E sarà ancora più stupefacente di ciò che ho già pubblicato».

 

AA.VV. A CURA DI ADRIANA CHEMELLO

IL MOSAICO DELLA MEMORIA

IACOBELLI, 2017, PAG 130, £ 12

 

GIACOMA LIMENTANI

REGINA O CONCUBINA: ESTER

PAOLINE, 2001

 

GLI UOMINI DEL LIBRO. LEGGENDE EBRAICHE

FELTRINELLI, MILANO, 1995 (nuova edizione)

 

IL MIDRASH. COME I MAESTRI EBREI LEGGEVANO E VIVEVANO LA BIBBIA

PAOLINE, 1996

 

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Silvia Neonato

Silvia Neonato, giornalista, genovese, vive a Genova. Organizzatrice di eventi culturali, è socia della SIL, di cui è stata presidente nel biennio 2012-2013. Ha debuttato su il manifesto, ha diretto il magazine Blue Liguria ed è nella redazione di Leggendaria. Ha lavorato a Roma per molti anni, nella redazione del giornale dell’Udi Noi donne, a Rai2 (nella trasmissione tv Si dice donna) e Radio3 (a Ora D), per poi tornare a Genova, al Secolo XIX, dove ha anche diretto le pagine della cultura. Fa parte del direttivo di Giulia, rete di giornaliste italiane. Ha partecipato con suoi scritti a diversi libri collettanei.

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One Comment
  1. Laura

    È stato molto emozionante aver potuto leggere questo articolo che mi ha parlato di una parente lontana, ma pur sempre sentita nominare in famiglia, da parte di mia madre.
    Ringrazio di cuore chi l’ha ricordata.
    Laura Fabbri

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