Giravamo baldanzose in gruppo

Gisella Modica, 12 febbraio 2018

Del femminismo non si può teorizzare. E’ qualcosa di vivo, attuale, di cui la vita rimane intessuta e si trasforma. Si può solo raccontare con la lingua di Sherazade. Meglio testimoniare, perché la trasformazione coinvolge mente e corpo, è stata personale e insieme collettiva e nella testimonianza ci si riconosce se a leggere o ascoltare sono donne che quella stessa esperienza hanno vissuto. Meglio ancora se a testimoniare si è in gruppo, perché in gruppo si cominciò a raccontare a partire da sé, sedute in cerchio sul pavimento. Trattandosi poi della vita, di crisi e di passioni, si può raccontare solo per frammenti che formano un mosaico.

Schegge di autobiografie femministe è il sottotitolo di un racconto a più mani, curato da Silvia Neonato, La ragazza che ero, la riconosco. Otto femministe di un collettivo genovese degli anni Settanta, si incontrano quarant’anni dopo per raccontare come il femminismo ha cambiato la loro vita. Una sorta di Autoritratto di gruppo che ricorda Luisa Passerini, e la sua straordinaria efficacia evocativa, in cui il personale e il collettivo, i sogni e gli accadimenti esterni si tessevano offrendoci, come in un arazzo, un affresco del tempo.

Allo stesso modo nel testo in questione il passato, anche lontano, prima della guerra, si lega col presente mantenendo saldo, in molti racconti, il filo della genealogia femminile.

Come sono diventata femminista e cos’è stata l’autocoscienza è l’altro filo del racconto.

Scopriremo così che a fare diventare femministe le autrici è stata proprio la ricerca instancabile, e tutta femminile, del filo che collega frammenti della propria esistenza per darle un senso e “ritrovare qualcosa di sé”. Per “tenere insieme i due lati dello specchio”, coniugando “corpo e intelletto” e sentirsi “uniche”. Il che significava anche darsi finalmente la possibilità di scelta del proprio destino, perché nessuno dicesse d’ora in poi cosa fare, pensare, come vestirsi. Insomma non lasciarsi più vivere dalle scelte altrui ma scegliere tutto: studiare, lavorare, fare figli.

Un percorso di “scostamento sistematico da percorsi troppo normali e regolari”.

Ma si poteva diventare femministe anche per “vendicare la madre dalle angherie del padre” e riscoprire la forza di lei, la sua allegria. Risanando un rapporto sempre così difficile e riconciliandosi con quella parte di sé per tanti anni negata.

Il punto era trovare le parole per dire tutto questo. Dove cercarle, se non dentro se stesse o nell’altra che ti faceva da specchio, mettendo uno dietro l’altro vocali e consonanti, come se si imparasse di nuovo a parlare. Parole capaci di curare, che aprivano nuovi mondi. Che ti rimettevano al mondo, come una seconda nascita, guardandolo però “attraverso lenti diverse”.

Per alcune, entrare nel movimento è stata la “svolta per uscire dall’ incubo in cui si era cadute”, per altre una “folgorazione liberatoria” o un “potere esprimere la parte visionaria di se stessa”. Certamente nessuna, finito il percorso, semmai abbia una fine, ha avuto più bisogno “di un occhio maschile dentro se stessa”, al quale piuttosto verrà fatto fare “la fine di Polifemo”. Entrata, qualcuna, spaventata dalla vita, ne è uscita “libera come l’amore, indipendente da tutto”. Finalmente a posto con se stessa, dopo essere stata “per un pezzo della vita fuori posto”. Anche a rischio di farsi del male e farlo ad altri. Anche se c’è voluta “una terapia analitica per fare i conti coi conflitti originati dalle scoperte”.

La spinta a tutto questo era il desiderio. Si chiamava “desiderio ontologico”, senza oggetto, “senza che qualcuna stabilisse cosa desiderare. Di chi era il desiderio, dell’altra o proprio?”

Il movimento non è stato solo un tempo, ma un luogo nel quale vivere la sessualità “come una bella bandiera sventolata nel cielo, e prima era un non luogo, un buco vuoto”. Ci si sentiva così piene di sé che poteva succedere anche di “camminare in un pomeriggio d’estate per le strade del centro storico di Genova dopo aver bevuto per la prima volta un calvados alle 4 del pomeriggio, i capelli rossi, mossi e leggeri di un angelo musicante, l’abbronzatura dorata, il vestito di seta nera che disegna il corpo sano e duro e la meravigliosa sensazione trasgressiva segreta rivoluzionaria e struggente del sesso senza mutande che a ogni passo torna a baciarsi”.

Il luogo “fisico e psicologico” si chiamava “autocoscienza”, dove si entrava qualcuna “coi capelli arricciati con la permanente per sembrare Angela Davis”, e “trovare i primi mattoni su cui costruire una nuova visione del mondo”. Si parlava di clitoride e sessualità negata, si esplorava il corpo nelle auto visite e l’orgasmo, e le parole tabù come aborto e utero venivano gridate in corteo, non senza vergogna da parte di qualcuna.

Autocoscienza era “sospensione del giudizio” e ascolto reciproco. Erano storie cariche di dolore, di amori cattivi, di solitudini e ferite, ma anche di crescita, di risate e montagne di mozziconi nei portacenere.

Un luogo dove sentirsi riconosciute, anche negli aspetti oscuri. “Chi arrivava al collettivo aveva come un graffio”, e c’era anche l’imbarazzo di chi viveva una felice vita di coppia e “lo teneva nascosto come in un armadio ben chiuso”. Le giornate pareva avessero la consistenza evanescente dei sogni; le serate la forza di un rito iniziatico. Potenti e felici al punto da “sentire in sé i 7 giorni della creazione”, e per strada si camminava “baldanzose in gruppo”.

Quanto il femminismo ha cambiato le vite di queste donne lo testimoniano le loro stesse esistenze vissute all’insegna dell’indipendenza. Tutte – Maria Alacevich, Marta Baiardi, Rossana Cirillo, Maria Pia Conte, Silvia Neonato, Marina Olivari, Giulia Richebuono, Giovanna Sissa – hanno girato il mondo, “attraversato oceani”, e “dormito in camere da tre dollari a notte” con i libri di Hesse nello zaino e il sacco a pelo. Hanno viaggiato da Genova a Katmandu, attraversato l’Afganistan e il Pakistan da sole “con gonne lunghe e a capo scoperto”. Hanno lavorato in Australia, Canada, Mozambico, nella repubblica democratica del Congo e nello Zimbabwe. Sono state autostoppiste, cicliste, nudiste. Il loro modello? “La venere di Urbino di Tiziano. Bella libera superba inarrivabile”.

Tutte liguri di nascita, quasi tutte hanno fatto il ‘68 , lottato per l’aborto e per l’epidurale libera in tempi in cui “i primari facevano le marchette nelle cliniche private e gli anestesisti sfondavano con un calcio la porta se li facevi incazzare”. Hanno organizzato consultori “ricavati da una vecchia corsia dove medico e paziente finivano per parlare di sé”, dato vita a luoghi di danza e di musica per figli di famiglie deprivate, a laboratori di espressione col colore “perché la bellezza è un diritto, un’utopia praticabile”, lavorato come volontarie in un centro di ascolto per donne in difficoltà. Hanno collaborato alla creazione di riviste, reti associazioni.

Oggi sono nonne di nipoti naturali o acquisiti attraverso diversi affidi. Qualcuna scorrazza in Ape, libera dallo sguardo maschile, come una centauro, così si definisce, con “la parte sopra di donna, fusa con tre piccole ruote che mi portano dovunque senza fatica, il mio esoscheletro di latta rossa. Vista da fuori penseranno che sono pazza. Bene!”

Storie di vita dove a riconoscersi può essere anche chi il femminismo non l’ha vissuto per età o per contingenze personali, ma sono sostenute dallo stesso desiderio senza oggetto che mise queste donne in movimento per dare un senso alla propria vita.

 

Maria Alacevich, Marta Baiardi, Rossana Cirillo, Maria Pia Conte, Silvia Neonato, Marina Olivari, Giulia Richebuono, Giovanna Sissa, a cura di Silvia Neonato, La ragazza che ero, la riconosco. Schegge di autobiografie femministe, Iacobelli 2018, pagine 252, 18 euro

 

 

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Gisella Modica

Sono nata nel 1950, vivo a Palermo, una figlia archeologa precaria, un marito, una gatta in casa, diversi in giardino. Mi sono fatta il ’68, nel ’75 ho detto addio alla doppia militanza e sono diventata femminista. Mi sono fatta tutte le manifestazioni, a partire dal salario alle casalinghe, fino a SNOQ, e tutti gli Otto Marzo, anche se non ci credevo. Sono stata candidata, poi ho detto basta! Voglio solo leggere e scrivere per cambiare il mondo. Femminista sono tuttora, molto vicina al pensiero della Comunità Diotima di Verona. Dal ’93 faccio parte della redazione della rivista Mezzocielo, bimestrale di donne autogestito, fondato nel ’92, dopo le stragi di Falcone e Borsellino, e del direttivo dell’associazione Biblioteca delle donne UDI Palermo, fondata nel 1948. Ho condotto laboratori di narrazione con donne adulte poco scolarizzate e in alcune scuole. Per Stampa Alternativa ho pubblicato Falce, Martello e cuore di gesù, e Parole di terra, tratto da un laboratorio di narrazione con le donne di un antico quartiere di Palermo. Ho pubblicato diversi racconti e saggi su riviste e antologie.

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