Raccontare il padre

Nada Pesetti, 5 febbraio 2018

 

Il quarto romanzo di Teresa Ciabatti, che è stato candidato al Premio Strega 2017, si annuncia subito come un tuffo spericolato in una materia ardua, ambigua, sfuggente.

“Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quarantaquattro anni e voglio sapere chi era mio padre. … Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho dieci anni, nove, otto, sette, sei…”. Un percorso a ritroso che mira alla ricostruzione familiare, ma, partito apparentemente come riordino di foto e cassetti, si carica presto di un’inquietudine piena di ombre e si rivela infine un’ossessione. Solo raramente l’io-mi-chiamo lascia il posto alla distanza –o allo sdoppiamento o alla sovrapposizione- per poi subito riprendersi tutti i riflettori della soggettività.

Nella narrazione l’immaginato, più ancora del sentito dire, s’insinua tra foto e ricordi. Come distinguere tra la memoria che modifica. a volte mistifica, e la vita di allora, che era essa stessa mistificazione. E infine il romanzo che è comunque romanzo, finzione?

Teresa bambina sogna quello che succederà o potrebbe succedere, Teresa adulta sogna quello che è successo e sul quel confine incerto sta il romanzo. Romanzo di una storia che si dichiara autentica e che resta in bilico sullo scivoloso margine dell’inautentico, non tanto perché siano inattendibili i ricordi e da quelli la ricostruzione di Teresa, quanto perché inautentica era la vita, la superficie di quella vita familiare. Come l’idillio dei genitori che forse idillio non era mai stato, come i regali di nozze che spacciavano per falso un Fattori autentico, o facevano credere finto quello che era invece un autentico uccellino senza vita, macabro messaggio dal significato indecifrabile. Come gli invitati nelle foto della cerimonia e del bamchetto, dove forse una colonna cela Almirante e quello di spalle è forse Licio, un amico di Arezzo.

Ma allora Teresa non c’era ancora. Quando poi c’è, è una bambina speciale,”lisergica”, che può sognare qualsiasi cosa, diventerà ballerina o santa o Presidente della Repubblica, lei potrà, tanto papà “può tutto”.

Se poi c’è uno scarto tra il bellissimo quadro immaginato e la realtà, se l’onnipotenza del padre contrasta col suo desiderio, si può sempre tentare il suicidio, uno pseudo-suicidio, una volta, dieci volte: “piuttosto che farmi tarpare le ali, io… io me le tarpo da sola”.

Così tutto sembra sempre risolversi secondo i desideri di Teresa, bambina, adolescente, ingenua e cinica, fredda e spaventata, inerme e spietata, protetta sempre dallo scudo magico del suo cognome onnipotente.

“Venga il tuo regno, papà, venga il tuo regno dove io sarò principessa.”

Così si dipana la storia di una bambina, l’autrice (o quanto di più vicino a lei, o quanto decide di rivelare di sé), la più amata da un padre grande chirurgo, medico e benefattore, dio onnipotente, misterioso e minaccioso. E se la mamma, che dimagrisce, dimagrisce e dorme, dorme per un anno intero, se la mamma rimane solo nell’armadio, appesa alle grucce dei suoi luccicanti abiti da sera ormai inutili?

E se il padre minaccioso diventa minacciato? E se papà non tornasse più dal rapimento? Teresa magari si sentirebbe libera.

I personaggi di un romanzo –metteva in guardia Roland Barthes- sono sempre e comunque esseri di carta. Anche in questo caso in cui portano nomi e cognomi reali, e addirittura nome e cognome, ossessivamente ripetuto, di chi scrive: sia chiaro, mi chiamo Teresa Ciabatti, sono proprio io. E anche costruire un personaggio, bambina-adolescente-donna, fragile e odiosa, sbagliata, anche questo è opera di scrittura. Coraggiosa o spudorata, una scrittura inquietante che spiazza chi legge e vuole sapere quanto vi sia di autentico, quanto di mistificato (allora) e quanto di inventato (ora), preda contagiata dalla stessa ossessione, persa nello stesso labirinto di Teresa Ciabatti che scrive “ricordo, collego, invento… scrivo, ricordo, invento”.

Teresa Ciabatti, La più amata, Mondadori 2017, 219 pagine, 18 euro

 

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Nada Pesetti

fotografa e poeta, vive a Genova

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