Depresse non si nasce

Silvia Neonato, 5 febbraio 2018

 

In principio fu l’isteria, con le sue paresi, le crisi epilettiche, la cecità e Freud ne fece la patologia mentale femminile per antonomasia. Poi, nel Novecento, ha preso la scena un altro disturbo psichico – femminile e maschile – definito depressione che è una sorta di implosione rabbiosa verso di sé e verso gli altri.

In Italia, nel 1964, è stato Giuseppe Berto per primo a raccontare ne Il male oscuro la propria esperienza di depresso cronico, rompendo il silenzio nel quale si barricava la società del tempo. A dire il vero Paola Masino, già nel 1938, nel romanzo in parte autobiografico Nascita e morte della massaia – censurato dal fascismo perché disfattista e cinico – aveva narrato la storia tragicomica di quella che oggi chiameremmo una casalinga maniaco depressiva, una personaggia che fin da bambina “va catalogando pensieri di morte”. Ma è comunque Berto a imporsi nel dopoguerra quando, dopo la morte del padre con il quale aveva un rapporto molto difficile, scrive Il male oscuro spinto dal proprio psicanalista. Il titolo ispirato alla definizione che della depressione aveva dato un altro scrittore, Carlo Emilio Gadda, contribuì al suo incredibile successo (è stato di nuovo ristampato nel 2017). Depressione era ancora una parola tabù, a malapena si ammetteva un “esaurimento nervoso” e ricorrere a psichiatri, farmaci e psicanalisti era vergognoso e sconveniente.

Ciò che colpisce è il divario che esiste in Occidente tra uomini e donne nei disturbi depressivi. Secondo l’Oms, Organizzazione mondiale della sanità, noi ci ammaliamo più del doppio degli uomini. Come scrive Paola Leonardi, citando svariate fonti nel suo nuovo saggio Depresse non si nasce, si diventa, i maschi si deprimono di più quando sono vedovi o celibi, mentre le depresse sono in stragrande maggioranza sposate e con figli . E già questa informazione ci aiuta a seguire Paola nel suo ragionamento: le depressioni femminili, in tutte le loro forme, corredate di stati ansiosi e crisi di panico, nascono dalle diseguaglianze tra uomo e donna, dalla violenza cui siamo sottoposte, dal voler piegare i nostri desideri a quelli maschili, dalla scarsa autostima indotta dalla società patriarcale. Per questo il suo nuovo scritto e la sua scuola di Framura hanno ispirato Leggendaria a tornare su un tema che ci riguarda tanto da vicino.

«Il cuore sanguina, si perde il cuore…» scrive Patrizia Valduga. Anche il cuore maschile sanguina, ma in modo diverso, gli uomini non riconoscono di essere depressi e solo ora cominciano a imparare a chiedere aiuto. Schematizzando possiamo dividere in questo modo i sintomi per genere: l’uomo depresso beve, si stordisce con gli stupefacenti, oppure diventa irritabile, nei casi estremi violento. La donna invece sostanzialmente si rannicchia, si annichilisce.

Emily Dickinson sentiva “un funerale nel cervello” (I felt a Funeral, in my Brain è il titolo di una sua poesia). Natalia Ginzburg, nel celebre Discorso sulle donne in cui dialogava con Alba De Cespedes spiegò che le stesse hanno la cattiva abitudine di “cascare ogni tanto in un pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla. (…) La tendenza a cascare nel pozzo e trovarci una possibilità di sofferenza sconfinata gli uomini non la conoscono forse perché sono più forti di salute o più in gamba a dimenticare se stessi e a identificarsi col lavoro che fanno, più sicuri di sé e più padroni del proprio corpo e della propria vita e più liberi.

Le donne cominciano nell’adolescenza a soffrire e a piangere in segreto nelle loro stanze, piangono per via del loro naso o della loro bocca o di qualche parte del loro corpo che trovano che non va bene o piangono perché pensano che nessuno le amerà mai o piangono perché hanno paura di essere stupide (…)”.

Gli uomini sono più padroni del proprio corpo e più liberi, nota lucidamente Ginzburg, mentre le donne si sentono sempre inadeguate. Conferma Elvira Reale, psicoterapeuta e studiosa, che «la depressione femminile è completamente speculare alla violenza subita, è l’altro aspetto della violenza, è l’impedimento all’espansione vitale, al vivere con autonomia, con potere, con stima di sé». Per l’Oms questa è la patologia del secolo, spiega, ma non si dice abbastanza quanto per le donne nella fascia riproduttiva sia la prima causa del burden of desease (il carico di malattia), un indicatore di disabilità, ovvero degli anni di salute psicofisica perduti. «Il carico di malattia viaggia sulle gambe delle donne. È senza alcun dubbio un carico di genere ». La depressione femminile, aggiunge Elvira Reale, «non è una malattia sociale. È un’epidemia sociale, come lo è la violenza sulle donne. Ma la comunità psichiatrica internazionale lo nega, affermando il carattere epidemico della depressione. In un gruppo internazionale dell’Oms in cui lavoravo è stato negato il mio approccio, facendo una sorta di pareggio tra depressione femminile e alcolismo maschile».

Nell’ultimo secolo anche molte scrittrici e poete si sono misurate con il male oscuro narrando di sconforti e abbandoni amorosi, particolarmente traumatici per noi donne incardinate al destino matrimoniale da secoli. Il suicidio del giovane Werter insegna e resta un classico. Ma sulla scena contemporanea sono anche le scrittrici a indagare i danni dell’abbandono: è indimenticabile e basilare per riflettere La donna spezzata, il lungo racconto del 1967 di Simone De Beauvoir. È la storia di Monique, due figlie adulte e un marito cui ha dedicato la vita, che viene lasciata per un’altra, molto più giovane di lei. Terribile il suo annichilito strazio, il vuoto che la pervade, fino all’ultima frase del romanzo, la conclusione lapidaria, quando entra nella nuova casa in cui vivrà da sola: “Ho paura”.

De Beauvoir ricorre alla narrativa per mettere in luce quale rischio corrono le donne che si annullano in un uomo, rinunciando alla propria vita, ai desideri, ai progetti, un tema ricorrente nei suoi memoir, nei romanzi e nei saggi. Ed è un’altra grande scrittrice, Elena Ferrante, che mezzo secolo dopo, con I giorni dell’abbandono, fa eco a una delle grandi madri del femminismo. Lasciata dal marito con due figli piccoli e il cane, Olga passa dalla furia cieca alla disperazione, accudisce malamente i figli e il cane, si propone sessualmente a un vicino di casa, non si lava e finisce per inscenare una sfuriata manesca ai fedifraghi in mezzo alla strada. In tutto questo altalenarsi di sentimenti alienati e dolenti Olga/Ferrante cita espressamente La donna spezzata, che non ha scordato, dichiarando convinta di non voler finire come Monique, schiava di un ruolo sociale che evidentemente le sta ormai stretto: le moderne guerriere cadono ferite sul campo, ma si rialzano con rabbia e speranza.

Nel 1990 il noto scrittore americano William Styron ha avuto molto successo con Un’oscurità trasparente, in cui narra di sé ormai sessantenne, atterrato da un dolore raccapricciante, un incubo che non riesce a descrivere malgrado gli sforzi per circoscriverlo almeno sulla pagina. Il desiderio violento di rinchiudersi in casa, il disinteresse verso la vita lo inducono a progettare il suicidio, nonostante la dedizione della moglie spesso citata: sarà solo un ricovero in ospedale a restituirlo alla vita. Una domanda attanaglia Styron e gli fornisce un appiglio vitale: c’è un nesso fra depressione e creatività artistica?

Già per Aristotele i melanconici erano persone eccezionali, ma uno psichiatra, Eugenio Borgna, associa oggi alla follia creativa soprattutto la sofferenza, anche se può accadere che alcune schegge creative sfuggano al macigno del dolore. Se si considera il numero di poeti o narratori colpiti da grave depressione e morti suicidi, ci accorgiamo che spesso si tratta di donne: da Marina Cvetaeva (1892-1941) a Virginia Woolf (1882-1941), da Antonia Pozzi (1912-1938) a Sylvia Plath (1932-1963), Anne Sexton (1928-1974), Amelia Rosselli (1930-1996) e tante altre, l’elenco è impressionante.

Secondo la psicanalista Claudia Zanardi, che ne scrive da anni, anche la figura della madre è centrale sia nella depressione sia nella malinconia, disturbi che lei distingue. La depressione ovvero il senso di vuoto può esser legato a una madre incapace di rispecchiare il Sé della figlia, di darle valore. Nella melanconia – che già Dürer nel 1514 rappresenta come una donna alata seduta, con il capo appoggiato al braccio sinistro, concentrata su un rovello interiore – la figlia ha invece avuto la madre, ma poi l’ha smarrita o ha sentito di perdere il suo amore prima di poter acquistare il senso di Sé.

Di sicuro, riflette ancora Zanardi, il pozzo della malinconia appartiene all’esistenza femminile. Il nostro vivere è infatti un continuo tentativo di conciliare il tempo ciclico del corpo, che contiene l’origine della vita ma anche la ripetizione della perdita nel ciclo mestruale, con il tempo lineare storico. Questo conflitto tra i due tempi comporta una sintonia difficile tra le fasi della vita femminile e le richieste del mondo esterno che ignora e svalorizza, insieme alla donna tutta, anche specificamente il ciclo mestruale, la menopausa, il parto stesso.

da Leggendaria n.125/2017

 

PAOLA MASINO

NASCITA E MORTE DELLA MASSAIA

ISBN EDIZIONI, MILANO 2009

 

GIUSEPPE BERTO

IL MALE OSCURO

NERI POZZA, MILANO 2017

 

NATALIA GINZBURG

L’ASSENZA

Saggi a cura di Domenico Scarpa, EINAUDI, TORINO 2016

 

PAOLA LEONARDI

COME TRASFORMARE LA DEPRESSIONE IN RISORSA

  1. ANGELI, MILANO 1996

DEPRESSE NON SI NASCE, SI DIVENTA,

  1. ANGELI, MILANO 2017

 

ELVIRA REALE

PRIMA DELLA DEPRESSIONE. MANUALE DI PREVENZIONE DEDICATO ALLE DONNE

FRANCO ANGELI, MILANO 2007

 

SIMONE DE BEAUVOIR

LA DONNA SPEZZATA

EINAUDI, TORINO 1998

 

ELENA FERRANTE

I GIORNI DELL’ABBANDONO

E/O, ROMA 2002

 

WILLIAM STYRON

UN’OSCURITÀ TRASPARENTE

MONDADORI, MILANO 1990

 

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Silvia Neonato

Silvia Neonato, giornalista, genovese, vive a Genova. Organizzatrice di eventi culturali, è socia della SIL, di cui è stata presidente nel biennio 2012-2013. Ha debuttato su il manifesto, ha diretto il magazine Blue Liguria ed è nella redazione di Leggendaria. Ha lavorato a Roma per molti anni, nella redazione del giornale dell’Udi Noi donne, a Rai2 (nella trasmissione tv Si dice donna) e Radio3 (a Ora D), per poi tornare a Genova, al Secolo XIX, dove ha anche diretto le pagine della cultura. Fa parte del direttivo di Giulia, rete di giornaliste italiane. Ha partecipato con suoi scritti a diversi libri collettanei.

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