Migranti, il regime del delirio

Clotilde Barbarulli, 31 gennaio 2018

 

Mi sembra di grande attualità il libro di Federica Sossi Le parole del delirio. Immagini in migrazione, riflessioni sui frantumi. Di fronte alle varie forme di respingimento di migranti, politiche migranticide (Rivera), è più mai necessario riflettere sulle politiche governative, perché masse di migranti stanno mettendo a nudo il volto dell’Europa delle istituzioni, quel potere che genera muri, chiude frontiere, esporta guerre e militarizza i territori. È lo stesso volto dell’Europa del potere economico che ha prodotto impoverimento e perdita di diritti.

Sossi – che ha seguito direttamente le “tante Lampedusa” – si sente, fra migliaia di foto, di ritagli, di punti di vista su di una realtà di per sé delirante, in un silenzioso disorientamento pensando all’inutilità della scrittura e tuttavia ci offre un libro sulla frantumazione della parola. Di fronte alla difficoltà del dire che cosa succede e come è possibile che succeda, tuttavia basta fare un elenco sulla situazione migratoria per ridare profondità agli eventi, nella bulimia di notizie provenienti da quello che chiama il regime del delirio. Il suo elenco di fatti e foto del settembre 2015 ad esempio, risulta così un montaggio di “immagini che ci assalgono” politicamente ed emotivamente (Butler), proprio nel mettere in luce le frontiere della disumanizzazione. Ripercorre così – con Benjamin, Barthes, Arendt, Spivak e Butler – le scelte politiche con cui l’Unione europea governa una parte della popolazione mondiale trasformata in corpi sopravvissuti, morti o dispersi: una politica del delirio di cui si sono visti gli effetti attraverso le immagini che li hanno riprodotti. Sossi ritaglia nel tempo cronologico, frammenti che indicano discontinuità e interruzioni, per dare senso a un presente in continua ridefinizione, per fermare quel momento che fa emergere storie in qualche modo sovversive.

Se Arendt nel 1966, nella prefazione alla seconda edizione delle Origini del totalitarismo, si chiedeva come e perché era potuto succedere, una tale domanda, declinata al presente, ci trova tutti /e invischiati in un senso di impotenza: restano però le infinità di foto ad esempio di bambini trascinati tra il fango dell’Europa, in una “co-abitazione non scelta” (Butler) in una confusione spaziale e temporale, dove il “delirio delle parole” e il delirio della realtà stanno insieme. Arendt indicava l’impotenza come l’esperienza della sua generazione, e anche noi (almeno chi soffre una tale situazione) ci sentiamo “afasici” e come “subalterni all’accadere”, nonostante la capacità critica di denunciare. Si arriva a una sorta di assuefazione a una iper-visibilità, in un processo di normalizzazione nell’anormale, come se assieme ai morti, ai muri e fili spinati, anche l’etica pubblica fosse morta, e l’indignazione diventasse un inutile esercizio retorico.

“Frontiere”, “droni”, “Aylan”, “naufragi”, “migranti economici”, “solidarietà”, “corridoio umanitario”, “trafficanti”… sono le parole del delirio riferite non solo alle politiche migratorie dell’Unione europea ma anche al “modo di darsi della realtà attuale, una sorta di frenesia degli eventi”. L’attenta decostruzione di Sossi tocca molti luoghi e momenti da Bodrum, a Keleti, a Lesbo, Istanbul, Vukotar, considerando media, dispositivi di leggi europei, razzismo, per mettere in rilievo la costruzione che annulla l’umano con una violenza normale. “Possiamo opporci, nella volontà di resistere alla cattura e alla complicità con quell’apparato poliziesco fantasmatico, allo sguardo che esso ci consegna?” possiamo opporci chiudendo gli schermi o proponendo un altro sguardo, una contro-narrazione? Sossi crede che questa diversa arte della migrazione sia importante per creare una comunità consapevole, anche se forse non è in grado di intaccare la produzione della violenza.

Ma i corpi immigrati non sempre si adeguano, così le africane ospitate – nell’agosto 2014 – che hanno attraversato il deserto, solcato il mare, dopo la notte, si dedicano alla cura del proprio corpo: l’autrice non può dare loro che poche cose e niente thè perché manca lo zucchero e vicino a casa sua è tutto chiuso, ma capisce di poter essere ospitale offrendo borsette, maglie, soprattutto uno smalto color ciclamino, essenziale per dare un tocco “di normalità alla propria esistenza” che cercano di riprendere in mano, e le vede andar via determinate a proseguire il loro cammino “più in là” in Europa.

L’incontro con i corpi e i volti di chi cerca di superare le barriere nell’odierno sistema di controllo e repressione, suscita impotenza, e tuttavia le mille domande che l’autrice ci pone, creano margini di dubbio, spazi di indignazione e interstizi di ribellione, spingendo a risignificare quello che accade ogni giorno a causa di una ideologia sicuritaria, disciplinare, classista. “L’Europa ha creato una catastrofe umanitaria d’altri tempi” (Paul B. Preciado), ma la storia non è finita se ad esempio dei gruppi e singoli praticano gesti di “solidarietà in dissidio” (Lyotard) con le politiche europee a Ventimiglia come a Bolzano e a Calais, come a Tunisi e a Idomeni, per destabilizzare l’ordine costituito, mostrando di considerare la propria vita insieme a quella dell’altro/a. Sossi insiste, giustamente, sulla necessità di risposte ampiamente collettive che tuttavia, credo, possano nascere solo dalla consapevolezza sempre più diffusa che non si possa considerare ‘normale’ prendere un aereo, passeggiare sulla riva, mentre altr* muoiono o annaspano in mare: solo così potrà emergere e organizzarsi una azione politica per richiedere ai governi altre modalità di gestione. La guerra a chi emigra è anche – per Sossi – la punta più avanzata delle attuali forme di guerra: “una guerra agli esseri umani, direttamente, i cui obiettivi o bersagli sono proprio quei corpi in movimento” da controllare, bloccare, selezionare, una violenza ormai ritualizzata, che deve essere sempre più conosciuta, gridata, denunciata per un futuro differente, da inventare, ritrovando lo spazio dell’urgenza politica.

Federica Sossi, Le parole del delirio. Immagini in migrazione, riflessioni sui frantumi,Ombre Corte 2016, pp. 171, ill., euro 15,00

Paul B. Preciado, Internazionale 17 maggio 2016.

Jean-François Lyotard, Il dissidio, Feltrinelli 1985

Annamaria Rivera, intervento al Convegno “Fare mondo: poetica del futuro dimenticato”, Il Giardino dei Ciliegi 10.12.2018

PASSAPAROLA: Facebooktwittergoogle_pluspinterestlinkedinFacebooktwittergoogle_pluspinterestlinkedin GRAZIE ♥
The following two tabs change content below.

Clotilde Barbarulli

Clotilde Barbarulli collabora attivamente con associazioni quali il Giardino dei Ciliegi di Firenze, la Libera Università Ipazia, la Società Italiana delle Letterate. Si occupa di autrici contemporanee fra lingue e culture e di scrittrici '800/900. Tra le sue pubblicazioni: con L. Brandi, I colori del silenzio. Strategie narrative e linguistiche in Maria Messina (1996); con M. Farnetti, Tra amiche. Epistolari femminili tra Otto e Novecento (2005); con L. Borghi Visioni in/sostenibili. Genere e intercultura (2003), Forme della diversità. Genere, precarietà e intercultura (2006), Il Sorriso dello Stregatto (2010)."Scrittrici migranti: la lingua, il caos, una stella" (ETS 2010),

Ultimi post di Clotilde Barbarulli (vedi tutti)

Categorie
0 Comments
0 Pings & Trackbacks

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.