Abramovich, il corpo è qui

Sara Pollice, 26 gennaio 2018

 

Come molte/i che hanno passato la loro tarda adolescenza negli anni ’90, i magnifici, i liberi, i “senza smartphone-molta relazione in presenza” anni ’90, ho percepito la figura e l’opera di Marina Abramovich come un’estrema ricerca sul corpo, fin da allora. Leggere la sua autobiografia Attraversare i muri. Un’autobiografia (un libro del 2016 che ha avuto parecchie ristampe il tutto il mondo), è stata dunque per me un’occasione per comprendere quelle performance così estreme, avvolte nel mistero della violenza autoinflitta dell’artista montenegrina naturalizzata americana, della disponibilità totale agli istinti degli altri.

Fin da allora infatti mi era nota la performance del 1974 a Napoli in cui erano a disposizione per 6 ore su un tavolo davanti all’artista ben 72 strumenti che potevano essere usati liberamente su di lei. Tra questi una pistola con un proiettile accanto e un’accetta. Ci sono delle testimonianze su quello che accadde, per poco non finì stuprata e la pistola le venne messa in mano carica e avvicinata alla sua tempia. Cosa cercava di svelare? Perché si considerava carne pubblica, territorio libero? E’ in fondo il terrore di moltissime donne quello di essere violate, attraversate senza consenso, cosa la spingeva a cercare proprio quelle sensazioni?

Leggendo quello che racconta su se stessa , si scopre una bambina (nata nel 1946) e poi una ragazza molto limitata dalla famiglia nell’espressione di se stessa. Nello stesso tempo questi limiti le erano messi da genitori entrambi ex partigiani che vivevano anche in tempo di pace un’etica ferrea, anche pubblica, passata interamente ai figli. Senz’altro la traccia di questo rigore si ritrova in tutte le sue opere dove è importante essere con gli spettatori connettersi con loro fino in fondo, dare questa disponibilità all’accoglienza, al non giudizio di tutte le parti umane di cui è composto l’essere, nessuna esclusa. L’arte è la vita.

Ma c’è anche una ricerca spirituale, non potrebbe essere altrimenti vista la natura della performance art di Abramovich, in cui il corpo si trova sempre al centro guidato da uno stato mentale diverso dalla quotidianità, allenato alla connessione altra e alta tra vibrazioni e anime. Per questo ha vissuto con i monaci tibetani e con gli aborigeni australiani e ha fatto vari ritiri in India. Questo accomuna tutte le performance da quella in cui svenne per la mancanza di ossigeno perché si trovava all’interno di una stella a cinque punte a cui aveva dato fuoco e la famosissima “The artist is present”.

L’essere intera è la sua cifra. Se c’è un’orma che lascerà su questa Terra è il bisogno di non abbandonare mai nessuna delle su parti, amandole completamente, fino ad attraversare il dolore, fino a renderlo insopportabile, fino a farlo scomparire. L’amore per lei non ha misura. Non l’ha mai avuta neanche l’amore per gli uomini a cui si è legata. Ha vissuto storie intensissime, la prima delle quali con Ulai, suo partner anche nelle performance ma che l’hanno poi vista sempre prima tradita e poi abbandonata.

Dal suo racconto che esalta sempre le sue fragilità come parte del suo successo è facile trarre identificazioni profonde con lei. Questo libro è un’occasione per essere condotti in territori interiori pieni di fastidiose spigolosità, con sporgenze taglienti, usate ad arte per bruciare in un attimo le intercapedini dell’anestesia sociale.

Marina Abramovic, James Kaplan, Un’autobiografia, Traduzione A. Pezzotta, Bompiani  Milano 2017

Per gentile concessione dell’autrice dal suo blog, Lo straripante e l’essenziale,

Il frame per il video della sua performance The Artist is present al MOMA di New York nel 2010. Qui il momento in cui il suo ex compagno, l’artista Ulay, decide di sedersi davanti a lei come tutti gli altri visitatori

 

 

 

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