Uno scomodo abitare

Bia Sarasini, 18 gennaio 2018

 

Spostarsi, avere un punto di vista rovesciato, ribaltato, sottosopra. Succede a Louise Banks, la linguista protagonista di Arrival, film del 2016 diretto da Denis Villeneuve. È appena entrata –studiosa scelta per il suo altissimo livello dall’esercito Usa – nel guscio, una delle dodici astronave aliene che sono arrivate sulla terra, e con le quali non si riesce a comunicare. Entrare, in quel guscio, avviene attraverso un ribaltamento del tutto reale, un’esperienza fisica di cambiamento dell’orientamento, che altri non sono riusciti a superare. È un territorio, una casa governata da regole diverse da quelle terrestri. L’incontro avviene in uno spazio temporaneo, reso compatibile con la vita terrestre, che deve essere predisposto ogni volta. Per questo il guscio si apre ogni diciotto ore, e tra gli umani e gli altri, gli eptapodi, c’è una barriera trasparente ma solida. E in quello spazio Louise, che ha il volto sensibile e morbido di Amy Adams, con determinazione stabilisce che per abitarlo insieme ci vuole una lingua compresa da entrambe le parti. Un viso che dice non solo l’intelligenza luminosa di chi arriva comprendere qualcosa di assolutamente nuovo, ma soprattutto la forza di chi sceglie stare nella vita, qualunque forma e dolore proponga. Particolare non secondario, il contesto. Un’isterica situazione di emergenza, come ormai conosciamo bene. La sicurezza sopra tutto, la sicurezza dei nostri. Uomini isterici che urlano comandi, che riducono lo stare insieme a procedure di sicurezza, dove l’umano è soggetto a regole non discutibili.

Solo perché impara e comprende la loro lingua, Louise potrà impedire la guerra: non con gli alieni, ma tra gli umani. È significativa la frase che le sussurra in mandarino il generale cinese, che lei ha convinto a cambiare idea, a non attaccare: «In guerra non ci sono vincitori, solo vedove», la frase che gli aveva detto la moglie morente. Insomma, Louise ha salvato il mondo, la nostra terra, insieme a quello degli alieni. Il ribaltamento, poi, investe anche altro. Per esempio come calcolare i successi e i benefici, o non calcolarli, insomma come vivere la vita così come è. Ma non rivelo la storia, non proseguo nella narrazione di un film certamente non perfetto, ma affascinante.

Louise Banks, raccontata da uomini – il regista Villeneuve e Ted Chiang, l’autore del racconto da cui è tratto il film, “Storie della tua vita” ­ mi interessa perché è un’eroina, una personaggia, che abita un confine. E la sua performance non è mai rivolta alla prestazione in quanto tale, non è spinta verso tratti maschili. È forte, intelligente, autorevole, autonoma. Eppure, una donna. E l’interpretazione di Amy Adams ne restituisce in pieno la forza e l’espressione.

Non è il caso di piegare l’interpretazione di un film oltre quanto racconta e fa vedere. A me è arrivato chiaro un pensiero, di cui il film mi è apparso portatore: che abitare il mondo – per le donne – ha a che fare con il mettere al mondo, e, ancora di più, al mettersi al mondo. E qui il richiamo al “mettere al mondo il mondo” che Adriana Cavarero ci ha insegnato a riconoscere in Hannah Arendt è del tutto esplicito. Se accolto e riconosciuto, prima di tutto a se stesse, può trasformarsi in un altro modo di stare al mondo. Per questo serve una lingua, o più lingue, per raccontarlo, il mondo e il suo abitare. E se il mondo è plurale, abitato da tante e tanti, anche le lingue saranno plurali.

È uno scomodo abitare, stare sul confine. Non si può dimenticarlo. Quel luogo dove può accadere quello che descrive Kafka in una sua parabola, tratta da Confessioni e diari.

«Ha due avversari: il primo lo incalza alle spalle, dalle origini. il secondo lo fronteggia bloccandogli il passo. Lui dà battaglia a entrambi. Certo, il primo lo appoggia nella lotta contro il secondo, perché vuole spingerlo in avanti, e nello stesso tempo, il secondo lo aiuta nella lotta contro il primo, perché lo tiene indietro. Ma è così solo in teoria. Giacché non ci sono solo i due avversari. C’è anche lui: e chi può dire di conoscere le sue intenzioni? Pure il suo sogno è che una volta o l’altra, in un momento senza testimoni (e per questo ci vorrebbe una notte molto più buia di tutte quelle passate finora) lui balzerà fuori dalla linea del fronte, e per l’esperienza acquisita combattendo sarà promosso arbitro tra i suoi avversari».

Confini e guerre che possono avere un aspetto molto domestico. Essere vicende di casa, in altre parole. Così in profondità da essere indicibili.

È di questo passaggio – da uno stare all’altro e della guerra che tra l’uno e l’altro intercorre – che parlano gli ultimi due libri di Elisabeth Strout, Mi chiamo Lucy Barton e Ogni cosa è possibile. Nell’edizione italiana nel primo in copertina c’è un grattacielo, la scintillante Crysler Tower che Lucy vede dal suo letto di ospedale. Nel secondo una strada desolata e sullo sfondo una casa rurale.

Mi chiamo Lucy Barton è un romanzo perfetto. Una scrittura nitida e densa, intensa e compatta come la superficie dei quadri di Vermeer. Un’immagine che mi è balzata alla mente, quando, dopo aver letto che Elisabeth Strout scrive e riscrive, qualche anno fa in un’intervista le chiesi conferma. Mi rispose che la prima stesura era sempre a mano, poi ce ne era almeno un’altra, dopo il passaggio al computer. Pensai al passare e ripassare dei colori, alla ricerca di quel preciso effetto. E al togliere, che fa parte dello riscrivere. In Lucy Barton non c’è nulla di superfluo, tutto riluce come deve essere. La trama si nasconde dietro parole indispensabili, che dicono senza dirlo di un dolore feroce e innominabile. Non è una scelta sperimentale dell’autrice, un suo gusto letterario. Lucy può raccontare solo così. Quasi a spirale, come una chiocciola di Fibonacci percorsa a ritroso, con nessi indiretti, sfuggenti eppure affilati come un bisturi, per evitare quello che alla fine emerge, il nucleo originario e buio. Una madre che non l’ha protetta, una casa da cui fuggire per sempre. È la stessa forma del raccontare, secca e obliqua, che dice la devastazione interiore, questa è la forza del testo. Mentre è in ospedale, ricoverata per una malattia lunga da cui comunque si riprenderà, improvvisamente ai piedi del letto su una sedia vede la madre, con cui non ha rapporti da anni, come con il resto della sua famiglia, lasciata nella cittadina dell’Illinois da cui se ne è andata. Dalla finestra la presenza del grattacielo è una compagnia confortante, simbolo della città dove Lucy ora abita, dove si è sposata, ha due figlie. La città dove è diventata scrittrice. Io mi chiamo Lucy Barton è una tragedia contemporanea, la radice è la povertà, la povertà vissuta come vergogna, e l’impossibilità dell’amore. Un amore cercato disperatamente, che si raccoglie nell’antico nomignolo con cui la madre, che non aveva mai fatto un viaggio in vita sua, ritorna a chiamarla nella settimana che passa sulla sedia dell’ospedale: bestiolina. Una madre che non c’è, non c’è stata, una madre che fa male. Implicito, nel romanzo, è che nella sua imperfezione, la città è accogliente. Un abitare che permette libertà. Una libertà tanto più evidente nel confronto con i racconti che la madre, che è stata sarta, le tesse intorno. Le compagne di scuola, il fratello, chi si è sposato.

Il miracolo è che il romanzo che Lucy Barton ha scritto e pubblicato, a partire dalle storie della madre e dalla sua malattia, è il protagonista dell’ultimo libro di Elisabeth Strout, Tutto è possibile. Un grappolo di mirabili racconti con cui Strout ritorna alla forma del suo libro più famoso Olive Kitteridge, storie di una cittadina del Maine legate da personaggi che si rincorrono nelle pagine. Qui il filo è Lucy, la cittadina è Amgash, nell’Illinois. e il suo romanzo che tutti gli abitanti hanno letto, un memoir scritto da una di loro e in cui si riconoscono. Ci sono le principessine, cui il destino ha riservato amare sorprese, o i poveri assoluti. Come erano Lucy, e Abel, così poveri che andavano a cercare da mangiare nei rifiuti. C’è il bidello della scuola, che a suo tempo aveva capito. E ora si prende cura del fratello di lei di cui intuisce che, nonostante gli squilibri del padre, il problema che lo ha reso così fragile sia stata la madre. C’è Lucy, che quando ritorna a casa dopo la morte dei genitori che non ha più rivisto, precipita in una crisi di panico. E deve di nuovo fuggire, «dalla loro casetta stanca con le tende aperte». Ci sono le altre, che non si sono mai mosse, e che affondano nel loro abitare stanco e immobile. Eppure c’è il parlare, la possibilità di sapere che il dolore della propria vita è stato compreso, fosse solo nelle pagine di una scrittrice che viveva nella tua stessa cittadina e si era conosciuta tanto tempo fa, quando tutti erano bambini. Una casa che accoglie e respinge.

Abitare il mondo, per le donne è spostarsi. Dalla casa in cui erano relegate, da quelle famiglie di cui più che signore sono state prigioniere. E scrivere è un modo di stare nello spostamento, abitarlo, ci dice Elisabeth Strout dal cuore della whitness. Sostenere il pendolo interiore che si strazia delle radici amatissime e non può vivere un ritorno, perché non c’è nulla a cui tornare. Scrivere, allora, è aprirsi alle voci plurali, alle fratture sociali, alle vergogne che non si ricompongono mai. La vergogna della povertà in questi libri segna le persone come una piaga incurabile, anche il diventare ricchi non placa l’ansia di non avere.

Che la posta in gioco sia l’abitare il mondo è del resto l’ammonimento contenuto ne Il racconto dell’ancella. Nella distopia di Margaret Atwood la confisca delle carte di credito a tutte le donne è la misura che toglie la padronanza e la libertà di movimento.

Scrivere è costruire la casa che non c’è, che si sposta in continuazione. Anche quando spostarsi è un destino, imposto dalla necessità, da un luogo a un altro, da una lingua all’altra. Abitare il mondo è essere a casa. Casa è il mondo.

 

Adriana Cavarero

Tu che mi guardi, tu che mi racconti

Feltrinelli Milano 2007

 

Ted Chiang

Storie della mia vita

trad. di C. Pastore

Frassinelli 2016

 

Franz Kafka

Confessioni e diari

a cura di Ervino Pocar

trad. A. Rho, I.A. Chiusano

Meridiani Mondadori

Milano 2013

 

Elisabeth Strout

Mi chiamo Lucy Barton

trad. Susanna Basso

Einaudi Torino 2016

 

Tutto è possibile

trad. Susanna Basso

Einaudi Torino 2017

 

Olive Kitteridge

trad. Silvia Castoldi

Fazi Roma 2009

 

Margareth Atwood

Il racconto dell’ancella

trad. C. Pennati

Ponte alle Grazie 2017

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Bia Sarasini

Bia Sarasini è giornalista e saggista, ha scritto e condotto programmi a Radio3. È stata direttrice di "Noidonne". Con altre ha fondato il sito DeA. È nella redazione di "Leggendaria", è stata presidente della Società italiana delle letterate, di cui ora dirige il settimanale online "LetterateMagazine".

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