L’amore o Venus Venezia

Antonella Bontae, 13 gennaio 2018

 

L’amore in tutte le sue sfaccettature è il tema di Venus Venezia, l’ultima fatica letteraria di Antonella Barina. Dopo le raccolte Madre Marghera-poesie1967-1997, Canto dell’Acqua Alta (2000) e Mestreniente (2003), confluite in Opera viva (2007), che rivelano quanto le tre realtà del territorio veneziano appartengano ad una visione unica, Barina non poteva che nuovamente stupirci. Venus Venezia è infatti un repertorio poetico teatrale che consta di 228 poesie composte in verso libero, anticipate da una dedica alla divinità Ecate, dal triplice aspetto. E tre sono anche le poete immaginate dall’autrice dialoganti tra loro e libere di scegliersi il testo.

Perché la libertà nell’arte la contraddistingue e si evidenzia sia nelle quattordici sillogi, tutte con un proemio, in versione polistilistica, che spazia  dallo stilnovismo, ai landai afghani, ai Carmina catulliani, sia nell’appendice composta da sei sezioni di Canzoni, in rima per essere appunto musicate.

Tre generi, dunque, la poesia, il teatro e la musica (“Lo scopo della parola è risuonare. Dentro e fuori”, spiega) scritti in registri differenti e in diverse lingue: il veneto e il siciliano dei suoi genitori (“Io lo sono: oriunda, meticcia, figlia di nord e sud”, afferma) e le traduzioni in spagnolo, inglese, francese riviste da madrelingua, per rendere in altre sonorità i medesimi concetti.

Frutto di un lavoro iniziato nel ’68 e giunto fino ad oggi, con il titolo che riprende una riflessione del suo romanzo breve Albertine (2009) “Al di là di ogni fondatezza, nel nome di Venezia sento il legame col latino Venus”; così la lirica L’Anguana Salva e le successive Sette canzoni per l’Anguana, sono dedicate agli spiriti femminili delle acque, e ricorrenti le metafore poetiche legate a questo elemento.

Amore per la città lagunare, il suo Carnevale e amore in tutti sensi: dal suo contraltare, l’odio (La bestia), ai versi licenziosi (Poesia per A, Canzoni in licenza d’amore) e sentimentali, dal rapporto materno (Non si è madri per sempre) e amicale, fino al legame col proprio animale domestico, il cane (Tu).

Per non parlare dell’interpretazione letteraria di coppie mitiche (Dante e Beatrice, Chiara e Francesco, Eleonora e Gabriele), delle differenti forme del divino femminile, dalle Sirene alla divinità medioevale (La signora del gioco), dell’empatia con la natura, sia essa rappresentata olisticamente da El viento o dal giapponese Il Ki, l’energia vitale.

Barina fa riferimento alla tradizione europea e non europea, rivisita miti e religione, poi nell’uso sapiente del grottesco e dell’ironia sorprende e diverte chi legge, esprimendo il punto di vista di una donna che sa mettersi in gioco al di là delle regole patriarcali e in cui ognuna può liberamente ispirarsi e riconoscersi, poiché può essere femminista, sposa e “una fonte, un cavaliere, un drago” insieme.

La sua esplorazione dei generi si estende pure al campo musicale: è capace di suggerire un ritmo reggare o punk, blues o twist, pop o melodico e di proporre una danza macabra, un erotico tango,  un girotondo, oltre a riprendere un madrigale antico o una ballata romanza. E l’uomo?

L’uomo si manifesta nei suoi multiformi aspetti, donnaiolo o gelido, amante o marito, anche se lei preferisce Doramas, l’antenato mitico delle isole Canarie, secondo una leggenda testimoniante la cultura di questo popolo sterminato dai colonizzatori.

Per la scrittrice, infatti, “dare parola all’inespresso è un atto politico, anche quando si parla di amore, forse soprattutto”, un tragitto corredato di simboliche immagini, che conclude con le Ballate di Terra e di Cielo, a ricordarci che siamo figli e figlie dello stesso universo.

Antonella Barina, Venus Venezia, Repertorio Poetico Teatrale in Amore, Edizione dell’Autrice, Venezia, 2017, pp. 352.

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