Il futuro dimenticato. Fare mondo, condividere legami nel Giardino dei ciliegi

Roberta Mazzanti, 9 gennaio 2018

 

Accade a volte che le relazioni fra persone, luoghi, oggetti, nonché fra legami intellettuali, amorosi e politici inneschino un gioco fruttuoso di riverberi ed echi; frutti che maturano spesso nel calore – anche acceso – delle nostre comunità del femminismo, dove si legge, si scrive e si curano le precarie ma tenaci sopravvivenze degli ambiti materiali, delle “case comuni” che ci permettono di scambiare conoscenze e di mettere alla prova appartenenze, misurandone la duttilità.

Una riprova di questi legami di appartenenza e militanza l’abbiamo vissuta nei tre giorni dell’appassionato convegno “Fare mondo: poetica del futuro dimenticato” che il Giardino dei Ciliegi ha proposto a Firenze dall’8 al 10 dicembre scorso, in collaborazione con la SIL.

Grazie all’esercizio creativo di apertura alle idee e alle amicizie che connettono tra loro generazioni, produzioni intellettuali e posizioni politiche – ” una intra-azione che ci tiene collegati non soltanto tra noi, ma al mondo; una intra-azione che ci cambia, scambia, e cambia tutto quello con cui siamo in contatto”, secondo Liana Borghi: un esercizio intelligente e infaticabile che da tempo lei stessa e Clotilde Barbarulli rinnovano ogni anno con l’aiuto di altre compagne – la proposta del “Fare mondo” ha mostrato significative affinità con il convegno nazionale della SIL “Abitare. Corpi, spazi, scritture” del novembre scorso, e una fertile parentela con il numero 124 di Leggendaria del luglio 2017, il cui tema “Pensare il futuro” dedicava vari interventi alle stesse autrici e tematiche discusse al Giardino dei Ciliegi.

Che cosa dunque intendiamo con “fare mondo”? Citando Karen Barad, Borghi argomentava in apertura dei lavori che per la fisica e filosofa dell’università di Santa Cruz “il mondo produce se stesso attraverso una molteplicità di aggrovigliamenti, di entanglement. E dice così anche Haraway, non solo quando spiega che siamo, e non soltanto ecologicamente, nei guai del capitalocene e dell’antropocene, consapevoli di essere ‘creature mortali intrecciate in una miriade di incomplete configurazioni di luoghi, tempi, materia e significato’ – che ovviamente non escludono la tecnologia”. E aggiungeva: “Perché in questo tempo di crisi mi servono narrative che alla soggettività intrecciano natura, ambiente, sviluppi tecnologici, rapporti socio-politici. (…) I corpi e le cose si creano e ricreano in un groviglio di azioni e reazioni. La materia, organica e inorganica, è in costante trasformazione attiva: performa, cambia, diventa con noi, come noi”. Reagire creativamente all’offesa e all’ingiustizia, alla devastazione della vita che le forme del dominio attuale scatenano sulla Terra, richiede – ha affermato Clotilde Barbarulli nel suo intervento che traeva linfa da Anna Maria Ortese e Arundhati Roy –, “laboratori” dove “mettere in scena passati e futuri possibili, in cui il pensiero utopico sembra esprimersi nel superamento di ciò che l’abitudine ci ha insegnato ad accettare come reale, (…) in un sommovimento di lessico e di contenuti che scuote tutte le apparenze, ed esalta molteplicità e ambivalenza. Ed è così che la letteratura diventa una ‘finestra utopica’ sul mondo”.

Al Giardino dei Ciliegi si è così inverata una delle possibili forme di kinship, termine di suggestiva polisemia con cui tra l’altro si riassume il legame affettivo e ri-generativo fra esseri viventi, luoghi, oggetti che Donna Haraway ha indagato nel recente Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene; a tale kinship Barbarulli ha assimilato la comunità che abita il nuovo romanzo di Arundhati Roy, in cui troviamo “la bellezza delle relazioni in un luogo desolato, facendo mondo, in una realtà che è il teatro della guerra quotidiana a intensità variabile che si combatte fra il mondo di sopra e quello di sotto, è una lotta di classe, la “guerra dei ricchi contro i poveri“.

Poiché la scrittura delle donne è per noi l’ambito spazio-temporale nel quale cercare la poetica del “futuro dimenticato” e trarne ispirazione per ancorarvi “le infinite differenze che nutrono i processi micropolitici di cambiamento e trasformazione (…) le visioni oppositive o alternative che includono il lessico delle emozioni”, le relatrici hanno offerto le proprie letture di opere letterarie e cinematografiche, di serie televisive e testi filosofici, di mitologie antiche e modernissimi archivi della memoria digitali, e le hanno interconnesse in modi sorprendenti per i lampi di immaginazione sociologica, intuizione creativa e competenze psico-corporeee che ne sono scaturiti.

Ne è scaturita una collettiva operazione critica secondo il metodo che Barad chiama “diffrazione”, e che “applica per leggere intra-attivamente fenomeni, eventi, concetti e testi, producendo narrazioni che ci impegnano in diffrazioni emotive, e a considerare inusuali configurazioni del tempo spazio, richiedendo nuovi approcci e modelli di applicazione, attenti al groviglio di materia e significato, per attuare progetti di cartografie multidimensionali e di una diversa rappresentazione” (Liana Borghi).

Abbiamo così viaggiato tra gli “arcipelaghi alieni da UK Le Guin a Nnedi Okorafor” grazie a Nicoletta Vallorani, a sua volta autrice di fs oltre che studiosa di letteratura inglese e studi culturali; analoghi spazi fantascientifici, filosofici e scientifici femministi abbiamo esplorato con Lidia Curti, che ha ripreso una propria esauriente rassegna critica sulla “convivenza tentacolare” pubblicata su “Leggendaria” in cui segnalava le influenze tra femminismo speculativo e immaginario fantascientifico; nella recentissima speculazione femminista sul mondo post-antropocentrico ci ha invitato anche Cecilia Tedeschi, confrontando affinità e distanze tra Donna Haraway – forse la più citata, con le sue stringhe e le sue critters, fra le pensatrici-scrittrici del convegno fiorentino – e Rosi Braidotti, esploratrice di lunga data del postumano e autrice di più recenti proposte teorico-politiche per confrontare l’Antropocene ed “elaborare una politica affermativa che sia anche una politica dell’affinità e della relazione con l’alterità macchinica e non-umana”.

Abbiamo conosciuto grazie a Olga Solombrino la creatività battagliera con cui “l’appartenenza palestinese” si riscrive “negli spazi digitali” connettendo “memorie del passato e archivi del futuro”; percorso l’India postcoloniale, teatro degli “atti di scrittura arrabbiata” delle autrici analizzate da Alessandra Marino; gettato con Alessandra Chiricosta un ponte arditissimo fatto di “un altro genere di Forza” fra le Amazzoni, le Donne Guerriere che in Asia hanno re-inventato le arti marziali e le eroine immaginarie di Star Wars; ci siamo immerse nelle “onde di Sense8” guidate da Antonia Anna Ferrante, per rileggere l* personagg* di quella serie da una prospettiva queer e postcoloniale, rintracciando nelle piattaforme tecnologiche “un inconscio macchinico”, “un futuro utopico che produce nuove mappe di relazioni, parentele non informate dal sangue”; confrontato i nostri personali e collettivi tentativi di kinship con le creature e le cose, di ricomposizione creativa dell’esistenza nonostante i molti affronti e smarrimenti subiti, grazie agli stimoli offerti nel “comporre una vita” da Michela Angelini, Elisa Coco, Pamela Marelli, Alessandra Pigliaru, Alketa Vako.

La conclusione dei lavori e delle emozioni condivise è stata segnata dalla denuncia delle “politiche migranticide dell’Unione europea”, che Anna Maria Rivera ha connesso alle tante forme di razzismo “popolare” che vanno manifestandosi in un presente cupo e scomposto; al quale ci opponiamo anche sconfinando in senso proprio e figurato, travalicando le barriere disciplinari, arricchendo il materialismo con l’indagine innovativa sulle interazioni fra corpi organici e inorganici, e ravvivando con l’invenzione narrativa le “utopie del vivere”: speranze e azioni collettive per un altro mondo possibile che non distrugga con azioni irreparabili le risorse vitali di Terrapolis, come Haraway chiama il nostro pianeta.

 

La gran parte delle citazioni tra virgolette è tratta dagli interventi nel corso del convegno “Fare mondo: poetica del futuro dimenticato” e dalle relazioni presentate. Per l’approfondimento sui contenuti del convegno e i profili delle relatrici, vedi:

Fare mondo

Non è possibile qui indicare le molte opere a cui hanno fatto riferimento le relatrici, che sono in parte citate anche in “Pensare il futuro”, Leggendaria no. 124, luglio 2017, pp. 6-29. Segnalo solamente:

Karen Barad, Performatività della natura. Quanto e queer, a cura di Elena Bougleux. Premessa di Liana Borghi, ETS 2017, pp.168, euro15.

Rosi Braidotti, Per una politica affermativa, traduzione e cura di di Angela Balzano, Mimesis 2017, euro 16.

Donna Haraway, Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene, Duke University Press 2016.

 

 

 

 

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