Quell’utopia infantile e imprudente chiamata amore

Pina Mandolfo, 4 gennaio 2018

 

Come si può dire “da non perdere” per il film di Francesca Comencini, Amori che non sanno stare al mondo, se, dopo qualche settimana, è scomparso per fare posto a quel fastidioso e degradante calderone di film che inquinano le sale nel periodo natalizio? E non vogliamo nemmeno pensare che sia stato tolto per una debolezza del film al botteghino. Una perdita irrimediabile per un’opera che andrebbe assolutamente rivista per poterne godere la preziosa sceneggiatura, l’ottima fattura, la complessità, la variegata cultura e l’intelligenza espressiva, decifrarne le diverse chiavi di lettura e i numerosi registri narrativi che lo rendono sapiente, coinvolgente, bello.

La difficile storia d’amore tra i protagonisti è finita, ma lei non sa darsi pace, ossessionata dal desiderio di far tornare un passato perduto al punto da perdere se stessa, la sua autostima, ogni possibilità di sopravvivenza fuori da quel rapporto insano. Nemmeno i dialoghi con l’amica Diana (Carlotta Natoli) o la saggezza matura della anchor woman ( una ineguagliabile Iaia Forte) riescono a portarla alla ragione. Tra il presente e i ricordi del passato, l’arco narrativo del film si snoda, con continui flash back, in un disordine apparente, che è perfetto contrappunto del caos emotivo della protagonista e della storia fino al suo pedagogico epilogo . Tutti elementi alleggeriti, qua e là, da momenti di sottile ironia.

Claudia (un’ottima Lucia Mascino), docente universitaria, nel corso di un convegno, attacca Flavio (un bravo Thomas Trabacchi), anch’egli docente. L’appunto è sul modo di fare cultura, tra quello alternativo e consapevole di lei e quello tradizionalmente patriarcale, retorico e canonico di lui. I modi della passione che seguirà tra loro sono così già delineati.

Al rapporto Claudia chiede la conferma della propria identità che avrebbe, come corollario, la ricerca della felicità e di una comunicazione possibile. Lei conosce la legge del desiderio, l’unica per cui valga la pena di pagare un prezzo e agisce il salto nel vuoto per inseguire quell’utopia infantile e imprudente chiamata amore. Ed è qui che, con grande maestria, Comencini scandaglia il lungo processo di difficile comunicazione affettiva e sessuale nel rapporto uomo-donna. Lui conosce i modelli tradizionali di donna e di amore, lei cerca la strada per mettere al mondo, insieme a lui, qualcosa di diverso, qualcosa di diverso nell’amore, nel desiderio, nell’arte, nella parola, nella politica come consapevolezza critica delle cose del mondo. Rivendica il diritto alla collera, al grido, alle parole che parlino di corpo. Una consapevolezza tutta femminile che annichilisce Flavio, insieme a spettatrici e spettatori, per le forza e l’intelligenza con cui la regia la mette in scena.

Di fronte alle richieste della donna Flavio oppone una reazione prevedibile, tutta maschile: il silenzio. Ed è qui che il rapporto di potere che, per buona parte del film, sembrava essere capovolto, torna al maschio. Il silenzio, apparentemente esposto da Claudio per poter essere assolto da colpe e responsabilità, prima tra tutte quella della negata paternità, di fatto è strategia tipicamente maschile, messa in campo per vanificare il “discorso” di lei. In una scena “sublime” lui si mette a nudo, si spoglia dinnanzi a lei come per dire: “più di così non posso, non so”. Lui porta con sé una diversità che gli impedisce di comprendere i comportamenti di lei e, dopo il conflitto e dopo averla ampiamente sconfermata, la relazione si sarebbe potuta trasformare in amore-compassione verso una donna nevrotica, insicura e infelice. Scadere in questa retorica banalità sarebbe l’esito cinematografico di una misoginia tristemente nota. Ma Comencini è donna , donna consapevole, così che per tutto il film, con accorgimenti inaspettati e imprevedibilmente geniali, ci mostra un sottotesto, un chiaro messaggio sulla asimmetria delle logiche di genere e la differenza di stare al mondo tra uomini e donne. Con misurata ironia, come per fornire modelli ai suoi protagonisti, introduce sequenze di repertorio, opportunamente collocate, di amori di un tempo passato “che sapevano stare al mondo”, forse, chissà, di donne tradizionalmente devote e compassionevoli.

Ma il colpo di genio narrativo del film è nella messa in scena della ossuta e scarnita maestra, dal sesso provocatoriamente incerto, che istruisce le donne sulle asimmetrie temporali di genere del sistema capitalistico eteronormativo. La trasposizione filmica del personaggio di Beatriz Preciado e del suo Testo tossico è ingegnosa, e se lei sostiene che “all’età reale di una donna, nell’economia eterocapitalista, bisogna aggiungere quindici anni per avvicinarla al suo equivalente maschile, sottrarne poi due per ogni supplemento di bellezza …e sommarne altri due per ogni handicap politico e sociale”, è gioco forza che gli uomini abbiano il diritto di accoppiarsi a donne molto più giovani di loro. Cosa che farà anche il nostro protagonista in fuga da una donna complessa e determinata, come Claudia, che mette continuamente in crisi la sua vanità e il suo egocentrismo. Lui farà famiglia, come si conviene e come ormai è in uso, con una giovane che gli darà pure dei figli. E se, come ammonisce Preciado, una possibilità per le donne è quella di diminuire notevolmente l’età “passando al mercato dell’economia lesbica”, Claudia non potrà e non vorrà sottrarsi all’abbraccio della seduttiva e determinata Nina (una impeccabile Valentina Bellè), sua allieva. Anche qui Comencini ci regala una sequenza di alto livello narrativo per la delicatezza e l’intensità dei frammenti di un abbraccio sessuale privo di qualsiasi compiacimento voyeuristico per se stessa e per il pubblico.

Attraverso questo puzzle ricco e faticoso, costruito con generosa maestria, si va verso un finale positivamente imprevisto. Il disordine si fa ordine, di certo, con il concorso di una variegata energia femminile. Una energia di donne che, dalla costruzione del film alla sua realizzazione e alla messa in scena, in qualche modo, vogliono stare al mondo con la propria irriducibile unicità e differenza. Claudia attraversa un ponte che è il passaggio verso una se stessa ritrovata e lancia nell’acqua del fiume il suo cappello con il carico del passato. Ormai, libera dalla replica passiva ad una voce maschile, può cominciare a parlare in proprio, sa che la sua grandezza sta nel suo pensiero e nei suoi sentimenti di donna. Così come Comencini e le sue donne sanno che c’è almeno un’altra donna che afferra e trasmette quei pensieri.

Difficilmente il cinema italiano ci regala film così belli. Amori che non sanno stare al mondo è un’ opera ricca, con tante chiavi di lettura e citazioni, una consapevolezza di genere che mai si fa didascalica. Una lezione di vita di grande e variegata cultura e capacità espressiva. Brava Francesca Comencini. Brave protagoniste, brave sceneggiatrici.

Amori che non sanno stare al mondo (2017) regia di Francesca Comencini, con Lucia Mascino, Thomas Trabacchi, Carlotta Natoli, Iaia Forte, Valentina Bellè. Sceneggiatura: Francesca Comencini, Francesca Manieri, Laura Paolucci

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Pina Mandolfo

Nata a Belpasso, alle falde dell'Etna, Pina Mandolfo è laureata in Lingue e Letterature Straniere, e lavora in Sicilia, dove si è fermata a vivere con amore per la sua terra, prima a Catania e poi, dal 2000, tra Palermo e la campagna siracusana, luogo dell'adolescenza e della memoria. Ha collaborato con le riviste Lapis e Noi donne e con il quotidiano La Sicilia. Dal 1978 al 1982 ha organizzato, a Catania, numerosi cineforum di film in lingua originale. Con i contributi della Regione siciliana e del Comune di Catania, ha curato i cataloghi e l'organizzazione di numerose rassegne cinematografiche. Nel 1996 è stata tra le socie fondatrici della Società Italiana delle Letterate e ha fatto parte dei primi due Consigli Direttivi. Nel 2004, in collaborazione con l'Università di Palermo, ha organizzato un memorabile incontro con Le madres di Plaza de Majo. E'autrice del romanzo Desiderio (La Tartaruga Baldini&Castoldi, Milano, 1995), edito in Germania e Svizzera (Das Begehren, Piper, Monaco, 1996); e dei saggi Il sud delle donne, le donne del sud (in Cartografie dell'Immaginario, Sossella, Roma, 2000), La felicità delle narrazioni (in Lingua bene comune, Città aperta, 2006); dei racconti: Una necessità chiamata famiglia (Leggendaria, maggio 2001), Racconto di fine anno (in Principesse azzurre, Mondadori, 2004). Con Maria Grazia Lo Cicero ha firmato la sceneggiatura e la regia dei cortometraggi: Carpe Diem (Finanziato dalla Provincia regionale di Palermo, 2005), Silenzi e Bugie (finanziato con i Fondi Strutturali della Comunità europea, 2006), vincitore del Sottodiciotto Film Festival di Torino e della targa CIAS e del mediometraggio Correva l'anno (2008). E' autrice del soggetto di Viola di mare (nelle sale ad ottobre 2009) e co-sceneggiatrice dello stesso film insieme a Mario Cristiani, Donatella Diamanti e Donatella Maiorca.

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3 Comments
  1. … grazie Pina per questa bella recensione che non si arrotola sulle parole, come spesso leggo, ma riesce a trasmettere emozione e coinvolgimento. Mi ha fatto tornare in mente il romanzo bello e intenso di emozioni con analoghe situazioni di Esther Tusquets: “Arenata dopo l’ultimo naufragio” letto tantissimi anni fa, ma, non so perché, con la mia scarsa memoria e quando poco sapevo sulla “Arte di amare”, mi ha lasciato impresso un messaggio che riporto a parole mie: “quando ami hai da mettere lui/lei al centro di te e non te al centro di lui/lei” il che, posso osservare ora equivale a sapersi mantenere centrati e radicati su se stessi, senza scivolare nella inevitabile Dipendenza che crea sofferenza quando l’altro/a se ne va…

    • Pina Mandolfo

      Gentile Mario, scusa il ritardo con cui faccio seguito al tuo commento. Io spero tu abbia visto questo bel film di Francesca Comencini per capire meglio quello che intendevo. Mi piace molto quello che scrivi e mi piace di più se detto da un uomo. Purtroppo dagli uomini in questa nostra società ci si aspetta comportamenti diversi in amore, tu sei una magnifica eccezione. Un caro saluto,
      Pina

  2. Vlad

    non c’è nessuna econimia capitalistica nell’amore nè “eterocapitalista”. E non è assolutamente vero che le donne over 40 non sono più sessualmente attraenti per i loro coetanei maschi e a volte pure per i più giovani. Uomini e donne over 40 che si conservano bene hanno ancora una vita sessuale

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