Rivoluzionarie

Bia Sarasini, 5 ottobre 2017

Articolo pubblicato su Alternative per il socialismo n.47.  Il 7 dicembre si parla di rivoluzione e dei suoi significati a Roma, nella fiera “Più libri più liberi”, presso  la nuvola Fuksas, via Asia 40, ore 16.30

 

 

Cosa è una rivoluzione? C’è altro, accanto all’abbattimento di un ordine sociale e un sistema di potere? Il cambiamento di un mondo interiore? Oppure lo stabilirsi di nuove relazioni tra gli umani, in particolare modo tra donne e uomini? Niente più della rivoluzione russa mette in gioco queste domande, singolarmente e tutte insieme. E se questi interrogativi facevano parte dell’orizzonte dei contemporanei, e davano senso e orientavano il loro agire, oggi sono ancora più attraenti. C’è il susseguirsi dei fatti, la dinamica della rivoluzione. Una sequenza di eventi analizzati nei decenni quasi alla moviola, fotogramma per fotogramma, successi, entusiasmi, tragedie e fallimenti l’uno accanto all’altro, indagati alla ricerca delle cause e degli effetti, degli errori e dei trionfi. E con tante omissioni, e buchi di memoria, nel tempo, più o meno costruiti ad arte. Narrazioni tramandate nel tempo, spesso opposte tra loro, che spingono ancora oggi allo scavo e al ricordo. E ci sono le speranze, le relazioni, i sentimenti. Ci sono le donne e gli uomini. Che hanno partecipato con passione, hanno rischiato, hanno messo in gioco la vita. Hanno amato. Hanno cercato forme nuove dell’amore, delle relazioni codificate. Hanno rotto, o cercato di rompere, almeno alcune e alcuni, la gabbia del potere oppressivo che imprigionava le donne, e con loro gli uomini, fin nella vita quotidiana nelle famiglie, sotto la tirannia zarista. Hanno pensato l’uomo nuovo, la donna nuova. Sono intrecci che rischiano di perdersi, nel seguire la trama esclusiva del “tutto il potere ai Soviet”. Ma quelle donne e quegli uomini erano lì, con le loro vite intere. Se si guarda bene, si riesce a capirlo. Oggi è quello che colpisce più a fondo.

L’otto marzo 1917, la rivoluzione di febbraio

È facile dimenticarsi che la rivoluzione russa del 1917 è iniziata con uno sciopero di donne, di operaie. In una data significativa, l’otto marzo, che corrisponde al 23 febbraio del calendario giuliano che era in vigore nella russia zarista, per questo quei giorni sono noti come “rivoluzione di febbraio”. Una data che era già la giornata delle donne, come era stata indicata – dopo varie oscillazioni tra febbraio e maggio negli anni precedenti tra gli Usa e l’Europa socialista –dalla seconda Assemblea delle donne socialiste che nell’agosto 1910 a Copenaghen aveva preceduto di due giorni il VII Congresso dell’Internazionale socialista. E se non risulta una vera propria risoluzione, così viene riportato da Die Gleichheit (L’uguaglianza), la rivista dell’Internazionale delle donne socialiste diretta dal 1907 da Clara Zetkin. Una data che si protende come un ponte: rende visibili intrecci e connessioni profonde, non sempre messe in rilievo, con il passato, ma anche con il futuro. Nel passato ci sono i sovversivi e le sovversive che fin dalla metà dell’Ottocento ebbero chiaro che combattere contro il potere assoluto degli zar e contro l’aristocrazia era anche pensare a una vita nuova, a un modo diverso di essere uomini e donne. Ci sono i rivoluzionari del 1905, le loro speranze e la loro sconfitta. E c’è quello che avvenne dopo. Il mantenere la rete clandestina, fino alla presa del potere, e tutto il resto. Vale la pena di ricordare che a ridosso dei fatti il nesso era ben chiaro: il 14 giugno 1921 la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, tenuta a Mosca una settimana prima dell’apertura del III congresso dell’Internazionale comunista, fissò all’8 marzo la “Giornata internazionale dell’operaia”. L’origine della Festa Internazionale della donna cadde poi nel dimenticatoio. Troppo scomode e controverse, le radici socialiste e comuniste, soprattutto negli Stati Uniti, tanto che l’origine dell’otto marzo finì per diventare una leggenda, o un mistero. Ma questa è un’altra storia. L’importante è che le operaie della filatura di cotone di Pietrogrado da cui partì lo sciopero, Krasnaja Nit (filo rosso) scioperarono quel giorno perché era la giornata della donna.

Allora, i fatti, il più possibile stringati. Quello che sembra certo è che le operaie entrarono in sciopero al di fuori di qualunque direttiva, uscirono dalla fabbrica e trascinarono in strada gli operai delle altre fabbriche nonostante le organizzazioni clandestine attive a Pietrogrado lo avessero cancellato, dopo averlo proclamato proprio per la giornata della donna. La loro azione colse di sorpresa tutti. La fame insostenibile dopo due anni di guerra, la ricerca impossibile di qualcosa da mangiare, mise le donne alla testa di uno sciopero che nel primo giorno vide 90.000 partecipanti, che aumentarono nei due giorni successivi, fino a oltre 250.000. Come è noto nessuno comprese quanto stava succedendo. Non solo lo zar, che quell’otto marzo, pur informato della rivolta, nel suo diario annotava: “Alle dieci sono andato a messa […] La sera ho giocato a domino”. Neppure i dirigenti rivoluzionari, tutti all’estero, avevano previsto che potesse esplodere la scintilla, si pensava che anche in Russia ci sarebbe voluta una rivoluzione borghese, che il popolo non era in grado di ribellarsi. I fatti andarono altrimenti. Fin dal primo corteo di donne, i cosacchi non le attaccarono. Col passare dei giorni i soldati furono coinvolti nella rivolta. Fu costituito il comitato provvisorio della Duma, mentre si costituì il Soviet di Pietrogrado. Il 15 marzo lo zar Nicola II abdicò dal trono.

 Aleksandra Kollontaj, Lenin e l’emancipazione femminile

Non occorre qui proseguire nel racconto dei fatti. La convivenza del doppio potere del governo provvisorio e dei Soviet. Il rischio della débacle, in luglio, lo stesso Lenin sfugge per poco all’arresto, e migliaia di dirigenti e militanti sono imprigionati. La minaccia di colpo di stato di Kornilov, la necessità del governo Kerenski di chiedere l’aiuto dei Soviet e armare gli operai per sventarlo, la preparazione dell’insurrezione, addirittura annunciata dai giornali con titoli come “I bolscevichi si apprestano alla rivolta”. Il 25 ottobre il governo abbandona il Palazzo d’Inverno, e Trockji proclama che il governo provvisorio ha cessato di esistere. Quello che importa, dall’angolatura che ho scelto per osservare i fatti della rivoluzione, è che l’unica donna a entrare nel governo dei Soviet fu Aleksandra Kollontaj, con l’incarico di Commissaria all’Assistenza pubblica, la prima donna nella storia a essere ministra e in seguito ambasciatrice, in Finlandia. Era tornata a Pietrogrado in marzo. Così la descrive John Reed nel famoso libro “Dieci giorni che sconvolsero il mondo”, subito dopo che il II congresso dei Soviet aveva approvato l’appello alla pace proposto da Lenin: «Improvvisamente per un comune impulso ci trovammo in piedi mormorando il calmo travolgente motivo dell’Internazionale. Un vecchio soldato piangeva come un ragazzo… Alessandra Kollontaj batteva rapida le palpebre trattenendo le lacrime. L’immenso suono si spandeva nella stanza, prorompeva dalle finestre e dalle porte». Aleksandra Kollontaj, aristocratica, nata nel 1872, è una figura chiave del femminismo di ispirazione socialista e comunista. Viaggi all’estero, studi in Svizzera, adesione alla socialdemocrazia. Dopo avere assistito nel 1905 a San Pietroburgo al massacro dei contadini che andavano in corteo a presentare una petizione allo Zar si avvicinò ai bolscevichi e Lenin, con scelte politiche alterne. Costretta all’esilio per la sua attività clandestina, nel 1912 elaborò un piano di assistenza alla maternità, che poi adottò in parte nel 1918, quando fu al governo, mentre discuteva con le “femministe borghesi”, come le chiamava. Nel breve periodo del suo incarico – la sua libertà di pensiero la mise rapidamente in conflitto con i compagni – decretò la distribuzione ai contadini delle terre appartenenti ai monasteri, l’istituzione degli asili nido statali e l’assistenza di maternità. Nel 1918  Kollontaj fu tra le organizzatrici del Primo Congresso delle donne lavoratrici russe dal quale nacque lo Żenotdel, organismo per la promozione della partecipazione delle donne alla vita pubblica, per le iniziative sociali e la lotta all’analfabetismo. Grazie anche alla sua iniziativa, le donne ottennero il diritto di voto e di essere elette, il diritto all’istruzione e a un salario eguale a quello degli uomini. Venne anche introdotto il divorzio e, nel 1920, il diritto all’aborto, abolito nel 1936 da Stalin e reintrodotto dopo la sua morte, nel 1955. È principalmente a lei che si deve quello di cui Lenin ripetutamente si è mostrato orgoglioso: l’emancipazione delle donne sovietiche, i diritti a loro attribuiti che non avevano uguali nel resto del mondo: «Nessuno Stato, nessuna legislazione democratica hanno fatto per la donna la metà di ciò che ha fatto il potere sovietico durante i suoi primi mesi di esistenza». Anche se il filo che qui seguo riguarda più le relazioni, che i diritti, basta un rapido confronto con la legislazione contemporanea alla rivoluzione nel mondo per convenire che i diritti e la libertà delle donne sovietiche erano ampi, e rapidamente organizzati. Del resto, facevano parte del progetto originario, come venne ripetuto nella propaganda. Cambiare il modo di vivere del popolo era cambiare da subito il modo in cui vivevano le donne. Ma furono sufficienti, questi diritti, per la libertà femminile? Per un reale cambiamento dei comportamenti e della mentalità?

Che fare?

“Il denaro voi dite è la base di tutto. Chi ha il denaro, ha il potere. Una donna, dunque, che vive alle spalle di un uomo non è che la schiava di lui. No signorino mio, io non voglio che voi siate il mio despota, il mio tiranno, l’autocrate benefattore! Insomma tu taglierai braccia e gambe alla gente, io darò lezioni di pianoforte”. A parlare è Vera, la protagonista del romanzo di Nikolaj Gavrilovič Černyševskij “Che fare?”. Scritto tra il 1863 e il 1864, quando l’autore era prigioniero a San Pietroburgo della fortezza di San Pietro e Paolo per la sua attività sovversiva nel populismo di Zemlja i volja (terra e libertà), durante la vita di Černyševskij – morì nel 1889 – il romanzo fu conosciuto solo attraverso copie clandestine. La pubblicazione avvenne solo nel 1905, e da allora fu un testo di formazione per la nuova generazione di rivoluzionari. Koprotkin lo definì «il breviario di ogni giovane russo», quella “strana gioventù” di cui si parla nel libro stesso, con una continuità pur a distanza di tempo. Plekanov annota «che nessun romanzo, nessuno scritto, da quando esiste una tipografia in Russia, ebbe mai tanto successo». Anche riletto oggi, il libro risulta sorprendente. L’unico testo narrativo di un dirigente rivoluzionario non descrive nulla che riguardi l’azione politica diretta. Al centro c’è una donna, le sue possibilità di diventare libera sia rispetto al dominio totale del potere paterno, sia rispetto ai rischi di corruzione degli aristocratici, sempre pronti ad approfittare di una giovane donna di bassa estrazione sociale. Vera, infatti, è figlia del portiere di un palazzo di proprietà di una dama della nobiltà. L’unica via, nel regime autoritario zarista, è il matrimonio con un uomo libero, illuminato, che non cerchi una schiava, ma voglia anzi partecipare attivamente alla sua liberazione. Tra le pagine più interessanti, lo erano anche quando il libro circolò in Italia nei primi anni settanta del secolo scorso, prestandosi a una lettura femminista, erano le modalità del matrimonio. Il rispetto reciproco, lo scambio continuo dei ruoli, la coltivazione dell’autonomia e della riservatezza fino alle camere separate dei coniugi, per mantenere attrazione e attenzione. È evidente la consapevolezza che tutto questo, a partire dalla libertà della donna, era il cuore del progetto rivoluzionario. Il titolo dell’opera di Lenin dedicato all’organizzazione rivoluzionaria, “Che fare”, non è un puro omaggio, ma il segno di un legame coltivato. Ha a che fare con la continuità tra populismo (narodničestvo, parola che deriva da narod, ovvero ‘popolo’) e bolscevismo, che, come scrive Bruno Bongiovanni nella voce “populismo russo” dell’Enciclopedia Treccani «è ineludibile», mentre più oltre annota: «Il socialismo ‘occidentalizzato’ russo, quello che si autodefiniva socialdemocratico, non poté, a sua volta, emanciparsi dal populismo. Lo stesso Lenin, del resto, pur individuando nel populismo l’ideologia del “piccolo produttore” utopista e reazionario, intriso di “romanticismo economico”, e pur riconoscendo come ormai irreversibili gli sviluppi dei rapporti capitalistici di produzione in Russia, ebbe a considerare la socialdemocrazia russa come la sola erede legittima del populismo rivoluzionario e dei combattenti della Narodnaja volja». Dal mio punto di vista, davvero ineludibile è come sia stato accolto il racconto fin troppo illuminato di Černyševskij. Realmente la rivoluzione ha rivoluzionato le relazioni?

Il libero amore e il bicchier d’acqua

L’espressione è tanto famosa da essere diventata proverbiale. “Fare l’amore è facile come bere un bicchier d’acqua”. Di sicuro la propaganda anticomunista e antisovietica la utilizzò per spaventare i conservatori e le donne. In Italia, ancora negli anni cinquanta, oltre a prospettare la minaccia dei cosacchi che avrebbero abbeverato i loro cavalli a San Pietro, si dipingeva a tinte fosche il libertinaggio comunista, che avrebbe ridotto le donne a prostitute o simili. Il fatto curioso è che anche nei Soviet questa teoria non godeva della massima popolarità. Intanto, per quanto sia attribuita correntemente a Aleksandra Kollontaj, si tratta di una distorsione malevola di quanto lei scrisse in un suo libro: «il sesso dovrebbe essere semplice come bere un bicchiere d’acqua quando si ha sete». È nota la polemica di Lenin, nella trascrizione a opera di Clara Zetkin di una loro conversazione avvenuta nel 1920: «Benché io non sia affatto un asceta malinconico, questa nuova vita sessuale della gioventù, e spesso anche degli adulti, mi appare molto spesso come del tutto borghese, come uno dei molteplici aspetti di un lupanare borghese. Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la “libertà dell’amore”, cosi come noi comunisti la concepiamo. Voi conoscete senza dubbio la famosa teoria secondo la quale, nella società comunista, soddisfare i propri istinti sessuali e il proprio impulso amoroso è tanto semplice e tanto insignificante quanto bere un bicchier d’acqua. Questa teoria del “bicchier d’acqua” ha reso pazza la nostra gioventù, letteralmente pazza […]. Io considero la famosa teoria del “bicchier di acqua” come non marxista e antisociale per giunta. deriviamo dalla natura ma anche il grado di cultura raggiunto, si tratti di cose elevate o inferiori».

Sempre Clara Zetkin riporta che Lenin avrebbe anche detto: «sì certamente ognuno ha le sue esigenze. Ma chi si disseterebbe da una pozzanghera? O da un bicchiere a cui hanno bevuto mille labbra?». Si tratta di un nodo centrale. Chi è autorizzato a dirsi libera o libero, e fino a che punto? È evidente che queste parole sono segnate dal punto di vista di un uomo, sfido a pensare che siano sostenibili al contrario. Sono di un maschilismo urtante, nella sensibilità odierna.

Nel romanzo di Černyševskij tutto il potere è di Vera. L’uomo che permette la sua liberazione sposandola, dopo qualche anno si uccide, per lasciarla libera di scegliere un altro. Ma sempre dentro la cornice dell’amore. Non del semplice desiderio. Del resto è comprensibile. Lo spettro della nobiltà corrotta, che affamava il popolo e coltivava i propri piaceri a spese delle loro donne, era potente. L’odio e la volontà di rivolta spingevano a essere diversi. Del resto, nella concezione del popolo russo, anche nelle versioni più di sinistra e rivoluzionarie, c’è un’idea di purezza. La vera differenza, a mio giudizio, viene dal fatto se a parlare sono le donne, o uomini. Solo questo può spiegare il paradosso di una legislazione avanzata, a fronte del mantenimento di una doppia morale. Nella nuova organizzazione sociale le funzioni materne e di cura vengono redistribuite nella società, anche le donne possono e devono lavorare. Ma è difficile dire se c’è un reale cambiamento nelle relazioni, vita, se stereotipi e ruoli non rimangono quelli antichi. Non è un’accusa, è una constatazione. Anche nel “Dottor Zivago”, il romanzo scritto da Boris Pasternak dopo la seconda guerra mondiale, circa quarant’anni dopo i fatti – libro che gli valse il premio Nobel, ma che in Unione Sovietica si poté leggere solo all’epoca della glasnost alla fine degli anni ottanta – c’è una ragazza, Lara, insidiata da un uomo corrotto, Komarovskij: «Sono incrinata» pensa Lara «ho una crepa per tutta la vita. Sono stata resa donna prima del tempo, delittuosamente presto, sono stata iniziata alla vita dal suo lato peggiore e nell’interpretazione falsata e volgare di un maturo parassita dei tempi andati, sicuro di sé e che credeva di potere permettersi di tutto». A distanza di tempo, la rivoluzione, il mondo dove non ci sono ingiustizie, sono una speranza irraggiungibile per Pasternak e i suoi personaggi. Una meditazione dolorosa pervade il romanzo. È sempre Lara, che comunque è la donna nuova, quella che rompe tutto quello che pre-esisteva, a riflettere: «tutto ciò che è costruito e organizzato, tutto ciò che richiama alla vita domestica, al nido familiare, al suo ordine, tutto è andato in malora col rivolgimento della società e col suo riassetto. Tutto quello che apparteneva alla vita quotidiana è stato travolto e distrutto». E lei stessa, nello sguardo di Antipov, l’uomo che la sposa e la salva, fino a quando non l’abbandona per dedicarsi alla rivoluzione trasformandosi in Strèl’nikov, diventa un simbolo: «tutti i motivi dell’epoca, le sue lacrime e le sue offese, i suoi impulsi, la sua sete di vendetta accumulata da tempo e il suo orgoglio erano scritti nel volto nel portamento di lei, in quella sua mescolanza di timidezza verginale e di grazia ardita. L’accusa al secolo si va a rivolgere in nome di lei, con le sue labbra». Sarà chiaro che non è per gusto del pettegolezzo che mi sembra necessario nominare Inessa Armand, francese, femminista e rivoluzionaria, l’altra donna della vita di Lenin, insieme alla moglie Nadja Krupskaja. Inessa, l’unica donna che è stata sepolta nelle mura del Cremlino, accanto a John Reed, di recente è stata scoperta e raccontata da autrici femministe. In Italia ne ha scritto Ritanna Armeni, nel suo “Di questo amore non si deve sapere”. Non è interessante intrappolare Lenin nello schema dell’adulterio borghese, timore che fece sparire Inessa dall’iconografia della rivoluzione. L’importante è capire come mai la libertà privata – tra i due coniugi lo stato delle cose era esplicito secondo l’etica rivoluzionaria, a quanto risulta – non poteva essere pubblica. Le spinte della rivoluzione non avevano in verità cambiato lo spazio pubblico, per quanto riguarda le relazioni tra donne e uomini.

Artisti e vita quotidiana

Eppure c’è stata, la libertà. La rivoluzione. Il cambiamento. La metànoia, per usare il greco dei vangeli. Il rivolgimento interiore che coincideva con quello sociale, e viceversa, dove tutto era sottosopra. Lo hanno messo in parole, gli hanno dato forma i poeti e le poete, gli artisti. Anche nelle loro vita. Lilja Brik, detta Lili per esempio, attrice e regista, anche scrittrice, donna affascinante e seducente il cui volto fotografato è incastonato nel celebre manifesto pubblicitario di Alexander Rodchenko, in cui urla “libri” (knighi), per promuovere una campagna di alfabetizzazione. Celebre il suo amore con Majakovskij, mentre manteneva il matrimonio con Osip Brick. Ma dubito che la sua libertà sia arrivata alle donne che Johnn Reed descrive nei giorni fatali della rivoluzione: «Ore e ore di coda, spesso sotto una pioggia sferzante, erano necessarie per ottenere latte, pane, zucchero, tabacco. Nel rientrare a casa da una riunione notturna, io stesso ho assistito al configurarsi, ancora prima dell’alba, di queste processioni, perlopiù costituite da donne, molte delle quali recavano tra le braccia i propri pargoli».

E non mi addentro nel ragionare degli intellettuali, dei poeti. Di come la promessa di libertà sia stata perduta, proprio nella possibilità di espressione. Cito tra tutti il bellissimo saggio dedicato dal linguista Roman Jakobson a Majakovskij: “Una generazione che ha dissipato i suoi poeti”, scritto il 5 giugno del 1930, due mesi dopo il suicidio del poeta a cui era legato da profonda amicizia, pubblicato in Italia da Einaudi a cura di Vittorio Strada nel 1975. «La nostra generazione è entrata in scena straordinariamente presto» scrive Jakobson, e prosegue citando il manifesto futurista: «“Soltanto noi siamo il volto del nostro tempo. Il corno del tempo suona attraverso di noi”. E non c’è finora, e Majakovskij ne aveva chiaramente coscienza, un ricambio e neppure un rinforzo parziale…Noi ci siamo gettati con troppa avidità verso il futuro perché ci potesse restare un passato. S’è spezzato il legame dei tempi. Abbiamo vissuto troppo del futuro, pensato troppo a esso, … Noi siamo i testimoni e i compartecipi di grandi cataclismi sociali, scientifici e altri ancora. La vita quotidiana è rimasta indietro»

La memoria e il racconto

Non è possibile mettere la parola fine ai diversi fotogrammi che ho montato in sequenza. Invece dei fatti, ho scelto i nodi delle relazioni tra i sessi e dell’equità di genere, come si dice con burocratico linguaggio contemporaneo, che inevitabilmente non hanno una conclusione. Del resto si tratta tuttora di materia incandescente. L’emancipazione femminile, parte costitutiva della rivoluzione e dello stato sovietico, è diventata la tradizione contro cui si è scontrato il femminismo della terza ondata, quello degli anni settanta. E proprio sul punto che dalla rivoluzione è scomparso: la sessualità. E non solo. Il femminismo, che a lungo si è rappresentato come l’unica rivoluzione riuscita del Novecento, mette in campo un’altra idea del potere e del suo rovesciamento. La rivolta avviene a partire da sé, e non è un modo di dire. Perché è più facile abbattere un potere che ribaltare l’ordine patriarcale. Oggi lo sappiamo meglio.

Eppure quelle donne, quegli uomini, ci hanno creduto. Accostarsi alle loro vite, al coraggio che hanno mostrato, alle delusioni che li hanno fatti soccombere o a cui sono sopravvissuti, ai cataclismi che li hanno attraversati, commuove in profondità. Come il libro di Svetlana Aleksievic, “Tempo di seconda mano”, pubblicato nel 2014, immane opera di elaborazione corale del lutto per la fine dell’Unione sovietica. L’autrice, che ha vinto il premio Nobel per la letteratura nel 2015, ha costruito un racconto polifonico. Tra le molte voci ho trovato un uomo, che interloquisce in modo diretto con quanto proposto sopra:

«dalla testimonianza di Vasilj Petrovic N. , membro del partito comunista dal 1922, 87 anni: Avevamo diciotto, vent’anni…Di cosa parlavamo? Della rivoluzione e dell’amore. Eravamo dei fanatici della rivoluzione, ma ci ha fatto discutere parecchio un libro allora molto popolare, L’amore delle api operaie, di Aleksandra Kollontaj. L’autrice sosteneva il vero amore, senza smancerie ‘come bere un bicchier d’acqua’…Senza sospiri e fiori, gelosie e lacrime … Un vero rivoluzionario doveva liberarsi di tutto quel ciarpame. Sull’argomento venivano addirittura organizzate delle riunioni. … I balli, semplici balli…li consideravamo qualcosa di borghese. Montavamo dei processi contro i nostri Komsoliani a cui piaceva ballare o fare omaggi floreali alle loro innamorate. Per queste convinzioni marxiste non ho mai imparato a ballare. Poi me ne sono pentito. Non ho mai avuto la possibilità di ballare con una bella donna. … La mia fidanzata aveva dei lunghi capelli. Se li è tagliati per il matrimonio. Disprezzavamo il bello. Naturalmente era sbagliato».

Sebbene i fatti siano ben noti, e tutto sia alle nostre spalle, mi piace pensare che l’opera sia aperta.

 

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Bia Sarasini

Bia Sarasini è giornalista e saggista, ha scritto e condotto programmi a Radio3. È stata direttrice di "Noidonne". Con altre ha fondato il sito DeA. È nella redazione di "Leggendaria", è stata presidente della Società italiana delle letterate, di cui ora dirige il settimanale online "LetterateMagazine".

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