L’autobiografia è un’arte, parola di poeta

Gabriella Musetti, 25 novembre 2017

Come l’autobiografia attraversi le storie personali e la scrittura dei poeti di oggi, come di ieri, ce lo raccontano due libri recenti: Vitae (2017) di Maria Pia Quintavalla e Memorie di un rivoluzionario timido (2016) di Carlo Bordini. Entrambi in prosa, entrambi frutto di un lavoro di scavo, selezione e rimeditazione di tratti del vissuto, entrambi scritti in uno stile narrativo assai singolare, irregolare (se pure ha senso parlare di regole), sperimentale e poetico.

“Andare passeggiando entro gli anni della propria vita, lo sa fare un diario, il narrare, il prosieguo della storia. Quando si va a capo, con la poesia, si rendono anche stacchi e silenzi, si conchiude, e i frammenti sono liberi o meno di tessersi in immagine o micropoemi», dice in apertura Quintavalla, segnando territori specifici e addentrando si in quelle che sono «storie vere», progetto di narrazione tante volte assunto e ritardato, in cui mescola frammenti di vita a documenti, incontri con autori e autrici amate, luoghi attraversati e presenze forti che emergono anche nella produzione poetica (ad esempio Gina-China, la madre)

Carlo Bordini si muove da distanze concettuali più marcate, da una militanza totalizzante che lo ha stretto per anni (un gruppo trotskista romano), sembra concepire il lavoro come un qualcosa di maggiormente organico e conclusivo che ruota attorno al suo io narrante, al sé stesso che emerge, a tratti, dalle pagine: «Questo romanzo totalmente legato all’autobiografia è una sorta di bilancio di circa vent’anni della mia vita. Poiché sono stati anni pieni di traumi, la stesura di questo libro è stata una lotta con me stesso. Per questo ci ho messo un tempo lunghissimo a finirlo», e ci aspetteremmo il racconto di una storia di vita che si svolge in modo sostanzialmente cronologico, con qualche flashback, ma che mantiene una coerenza narrativa e logica degli eventi. Tutt’altro: ci immergiamo in una sorta di pastiche che mescola descrizioni oggettive a immaginazioni, si muove tra realtà e sogno, è ricco di sbandamenti, deviazioni, intermezzi altri di temi politici e culturali, riflessioni sulla vita, reticenze, nascondimenti del senso, per cui la vicenda personale emerge a lacerti, spezzoni, piegamenti di punti di vista e baratri di vuoto. Senza contare lo sperimentalismo di scrittura per uscire dallo stereotipo televisivo, puntualmente annotato nella prefazione al lettore: «Tutte le irregolarità grafiche, grammaticali, ortografiche e sintattiche sono quindi volute», e segue un elenco dettagliato delle stesse, come in un testo che ne argomentasse la natura e l’uso (e questo è singolare nella scelta di sperimentazione). Come a dire che l’esigenza di dare un ordine a un flusso di materia vitale scomposto, che sembrava essere il motore primo del racconto, viene contraddetta consapevolmente dalla struttura compositiva del testo e dall’uso spesso arbitrario e creativo del linguaggio, un impatto musicale di dissonanze.

La scelta di narrazione compiuta da Quintavalla è programmaticamente più articolata nelle sezioni: si muove per argomenti diversi, tra forme di narrazione varie (lettere, pagina di diario, memoir, ritratti, biografie immaginarie, trascrizioni in prosa di passi di testi poetici già pubblicati). Sembra meno incentrata sull’io personale della narratrice: «L’io sparisce e riaffiora. C’è vera autobiografia, come sono storie vere tutte le altre». Il rapporto interpersonale è ciò che muove la narrazione, come nel testo di Bordini, dove tuttavia il soggetto narrante ha ampi spazi di silenzio e solitudine, di rapporto difficile con gli altri – di cui fatica a vedere la consistenza – e con sé stesso. Ma, mentre la struttura compositiva di quest’ultimo libro è incentrata su una soggettività che percorre tutte le tre sezioni in cui il lavoro è diviso, e le diverse articolazioni degli argomenti sono posti come a ramificarsi da un controverso tronco unitario ombroso e opaco che le determina – l’immagine di un giovane disadattato, il libro di Quintavalla è diviso in tre sezioni separate tra di loro, in cui solo la prima è autobiografica, la seconda è composta da una serie di ritratti di altre autrici/autori, e la terza consiste nella resa in prosa di passi di China. Questa scelta a dar ragione del titolo: Vitae, vite plurali, non soltanto la vita singolare della narratrice. Anche la parte strettamente autobiografica non sembra avere come obiettivo quello di fare un bilancio complessivo della propria esistenza: sceglie alcuni passi di vita particolarmente significativi e problematici e li esplora, denudando con forte intensità gli eventi, le scabrosità, i passaggi di esistenza, lasciando in piena luce il dato del frammento, con l’idea di Virginia Woolf di Momenti d’essere, mi pare.

Il paesaggio del sud, nel libro di Quintavalla, nata a Parma e abitante a Milano, assume un valore simbolico e sorgivo, un legame con la terra sempre agognata della madre, che richiama il destino di erranza degli ebrei sefarditi: «una terra mediterranea dorata, pulviscolare e aspra, sonora e ardente di odori fino alla nausea, le era entrata negli occhi: come un’eco forse della Spagna materna, dai suoi racconti giovanili e mozzati, sul pericolo da lei vissuto in amori, e addii napoletani». Il paesaggio del nord attrae Bordini, romano, secondo un itinerario del desiderio e della ricerca: «stavamo nello stesso trip di credere che si potesse fare quello che volevamo», il viaggio come luogo e tempo di conoscenza e di esperienza profonda, che lo porterà a Milano (Parco Lambro), in Germania a sperimentare luoghi di vita comunitaria, in Svezia, per qualche tempo, a lavorare per uscire da una situazione metropolitana soverchiante. «C’era questo fatto di conoscere lo spazio, ma non lo spazio che puoi misurare col treno, o con l’aereo, o con l’automobile, ma quello che puoi misurare coi piedi, spostarsi da un quartiere all’altro, e andarci per la prima volta».

Ci sono alcuni passaggi di esperienza che creano dei punti di contatto tra le due narrazioni e sollecitano confronti:
– l’adesione ideologica alla rivoluzione (concettuale, sociale, politica, di relazioni, di presa di coscienza del mondo) con gli addentellati della uscita dalle regole di una vita borghese programmata,
– il rischiare di persona scartando o lasciando le prospettive consolidate di un posto fisso sicuro e scegliendo situazioni precarie per cercare una propria dimensione di vita,
– l’essere dentro i movimenti politici e sociali del tempo (il ’68, e poi gli anni ’70, il partito extraparlamentare per Bordini, il femminismo e i movimenti delle donne per Quintavalla),
– il ragionare e raccontare gli amori come tappe ineludibili di centratura soggettiva, di ricerca appassionata di una dimensione dialogica e affettiva che trova nello spazio del corpo e dei sentimenti un nuovo ruolo vitale,
– la passione e l’esercizio della poesia, elemento fondativo della propria scelta intellettuale e umana.

Diversi, invece, sono i soggetti che muovono le storie, i punti di vista che emergono alla lettura nei racconti che si dipanano. Bordini mette in scena una sorta di “antieroe”, un uomo mite in preda al senso di colpa, alla incapacità di trovare una dimensione appropriata di vita, tutta la lunga narrazione del libro riferisce di un desiderio di trovare una normalità, per quello che il termine può significare, sempre ritardata, delle “regole” in cui collocarsi senza doversi nascondere continuamente, senza vivere la propria vita in modo anestetizzato. Crede di trovare questa dimensione nel comunismo: «Quel qualcosa di meglio che avevo cercato negli altri paesi d’Europa lo trovavo nel comunismo, e questo mi permetteva di collegarmi al resto del mondo e di non essere ancorato ai problemi di via squarcialupo e ai problemi di quest’italietta sporca, ai miei problemi personali di pippe e di studio all’università in mezzo a professori scalcinati». Perfino i rapporti con le donne e i vari innamoramenti sono successive tappe della ricerca. Fino alla “rinascita” e presa in carico della realtà per come essa è e si manifesta.

Anche il soggetto della narrazione di Quintavalla è alla ricerca di sè, ma la fuga dalla famiglia si accompagna alla elaborazione del nuovo che sta nascendo intorno, quel femminismo che sollecita inedite letture del mondo, della responsabilità soggettiva, dei ruoli sociali di donne e uomini. Sono scoperte che mettono a nudo territori mai esplorati in precedenza, aprono spazi imprevisti di pensiero e impegnano in prima persona chi li attraversa. Proprio la scelta di aprire la seconda sezione sui ritratti di autori e autrici (Giovanna Sicari, Andrea Zanzotto, Nadia Campana, Antonio Porta) cui restituire il dono di un debito contratto segna una differenza di posizione: il riconoscimento di una relazione effettuale che ha prodotto cambiamenti radicali nella propria vita, e la riconoscenza verso l’altro/a è una chiara indicazione non individualistica. Come la scelta di recuperare una parte del materiale poematico di China in prosa, nella terza sezione, «prima che il poeta Franco Loi mi convincesse che era metro e poesia», segna un passaggio dalla poesia alla prosa, una riscrittura rovesciata che fa tornare all’origine la composizione ed è un ritorno anche a quel nucleo di continua ispirazione poetica che è la famiglia.

Autobiografia ridisegnata in forma d’arte e non autobiografismo, dunque, nei due libri, a segnare la distanza che la parola poetica e narrativa insieme rende visibile rispetto al materiale nudo filtrato e riproposto dalle esperienze della vita concreta. Non soltanto per l’uso di un linguaggio poetico e inventivo che riposiziona tutta la costruzione narrativa e l’architettura d’insieme dei testi. Proprio la disposizione degli eventi, le scelte di narrazione, i tagli di sguardo, i rimandi interni, i continui movimenti temporali in avanti e all’indietro, le spezzature, la molteplicità degli innesti di altre storie, la presenza di materiali espunti, la riscrittura, danno conto di costruzioni letterarie e formali raffinate e sperimentali che hanno elaborato i fatti, senza togliere ad essi la forza originaria della pura verità, ma senza proporli sulla carta come soggettivi resoconti di vita, anche di vite spericolate. C’è stata una vera battaglia formale nella scrittura di cui emergono evidenti tracce, una lotta accanita che entrambi, autore e autrice, hanno sostenuto con la materia prima della propria narrazione, per dare una forma, per imbrigliare quei dati incandescenti del vissuto in una prosa poetica di valore.

Maria Pia Quintavalla, Vitae, La vita felice, Milano 2017.
Carlo Bordini, Memorie di un rivoluzionario timido, Luca Sossella Editore, Bologna 2016.

Maria Pia Quintavalla, China, Effigie Editore, Pavia 2010.
Virgina Woolf, Momenti di essere. Scritti autobiografici, a cura di G. Spendel, traduzione di A. Boffini, La Tartaruga, Roma 2003.

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Gabriella Musetti

Nata a Genova, vive a Trieste. Organizza “Residenze Estive” Incontri residenziali di poesia e letteratura. Dirige “Almanacco del Ramo d’Oro, Nuova serie”, semestrale di poesia e cultura. E’ socia della Società Italiana delle Letterate. Ha fondato, insieme ad altre, la casa editrice Vita Activa: www.vitaactivaeditoria.it. Ha curato numerose pubblicazioni saggistiche tra cui: Sconfinamenti. Confini passaggi soglie nella scrittura delle donne (2008); Guida sentimentale di Trieste (2014), Dice Alice (2015), Oltre le parole. Scrittrici triestine del primo Novecento (2016). In poesia ha pubblicato: Mie care (2002), Obliquo resta il tempo (2005); A chi di dovere (2007), Premio Senigallia; Beli Andjeo (2009), Le sorelle (2013), La manutenzione dei sentimenti (2015).

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