La vera storia di Vera Pegna

Gisella Modica, 12 novembre 2017

Aprile 1962. Una topolino decappottabile con la targa svizzera del cantone di Ginevra si ferma nella piazza di Caccamo, un paese a 50 km da Palermo, ai piedi del Castello omonimo dell’XI secolo.
Una giovane donna, minuta, elegante, occhiali neri, scarpette a punta col tacco e macchina fotografica appesa al collo esce dall’abitacolo e guarda il castello ancora intatto, sorpresa da tanta bellezza. Ma è costretta, mentre guarda, a turarsi il naso per il fetore di fogna che l’investe. Il paese, scoprirà, è privo di qualsiasi infrastruttura e totalmente privo di democrazia. E’ infatti il pase più bianco d’Italia, nel senso che qui la DC fa da sempre il pieno di voti.

Che ci fa a Caccamo, nel 1962, una signorina con una topolino decappottabile?

Vera Pegna, questo il suo nome, nata in Egitto da famiglia antifascista e vissuta in Inghilterra, poi in Svizzera dove ha lavorato come interprete di conferenza, era già venuta in Sicilia, a Partinico, nel ’59, per conoscere Danilo Dolci, il Gandhi siciliano, motivata da un forte desidero: mettere in pratica le idee acquisite sui libri per un mondo più libero e giusto.j
Stabilitasi a Palma di Montechiaro, frequenta soprattutto braccianti comunisti e ascolta per ore il segretario della camera del lavoro “affascinata dalla sua forte carica umana e ideale”. Ascoltandolo, si convince che la lotta, e non il digiuno – improponibile a persone che già non mangiavano per la troppa povertà – è la strada per ottenere giustizia e libertà. Così bussa alla porta della federazione del partito comunista di Palermo.
Su consiglio di Napoleone Colajanni, segretario del PCI, legge Lenin, e “per farsi le ossa” accetta di partire per Caccamo, dove dal dopoguerra la DC locale impedisce al partito comunista di presentare una lista. Obiettivo: organizzare le elezioni del consiglio comunale.
Vera non sa nulla di elezioni, né tantomeno di politica. Non sa di Panzeca, il boss mafioso che controlla il territorio, né che lui è stato il mandante dell’omicidio di Turi Carnevale e i suoi assassini circolano per il paese indisturbati, col fucile in spalla, sotto la protezione della chiesa e della DC. Non sa, soprattutto, che nessuno dei dirigenti del PCI è mai voluto andare a Caccamo “perché mancano le condizioni”.

Vera è sostenuta solo dal suo forte desiderio, e niente potrà fermarla.
Dopo aver ammirato il castello, la vediamo incamminarsi lungo la strada che conduce alla camera del lavoro tra gli sguardi incuriositi dei maschi che oziano in piazza, e quelli invisibili delle donne appostate dietro le persiane.
Varcata la soglia della camera del lavoro, si trova davanti un certo Piraino “con le gengive arrossate e piene di piorrea” che “indossata la fascia tricolore con la scritta SEGRETARIO ricamata a lettere d’oro” la informa che “a Caccamo non c’è niente da fare. C’è la mafia. C’è don Peppino Panzeca, capo di tutta a mafia, e c’è l’amico del cardinale Ruffini, don Teotista Panzeca che è il vero cervello della mafia”. Le dice anche che liste il partito non ne può presentare perché la prima volta il capolista è stato ricoverato in manicomio e la seconda Filippo Intini, contadino e sindacalista, è stato tagliato in due con l’accetta.

La sua presenza però non è passata inosservata e tra i compagni di base si sparge voce che in sezione c’è una straniera, una certa “Pegnavera mandata dal Signore” (nel senso che l’Egitto è il paese del Signore) per riorganizzare il partito, e che era venuto il tempo di alzare la testa e mettersi a lavorare. Insomma, che bisognava osare, pare abbia detto la straniera. “Osare che cosa?” Avevano domandato i presenti. “Essere comunisti. Lottare, vivere, amare” pare abbia risposto Pegnavera.
Memore degli insegnamenti di Stalin appresi sui libri, Vera, con un gruppo di compagni che hanno deciso di osare e non la lasciano mai sola, va di casa in casa a spiegare che il momento è venuto per battere la mafia. A pranzo è costretta a mangiare 5 uova fritte, tutto quello che la famiglia che la ospita possiede, servite su un tavolo coperto dalle tovaglie del corredo, mai usate.
Si prepara la lista in vista delle imminenti elezioni, nella camera del lavoro c’è un viavai di gente mai visto prima, e Panzeca è solito sedersi “ben in vista” di fronte l’ingresso della sede per intimidire e far fallire le riunioni.
Vera, che non sa nulla di mafia, decide di reagire, e preso l’altoparlante usato per i comizi invita dal balcone Panzeca a sorridere perché lei “gli vuole fare la fotografia”.
Panzeca sparisce dentro la bottega del macellaio.
Non si siederà mai più in quella sedia.
Ma non sarà l’ultima che perderà.

Al balcone della camera del lavoro frattanto è tornata a sventolare la bandiera rossa, nei comizi vengono intonati l’Internazionale e Bella Ciao, e in quello di chiusura Vera vincendo le resistenze della federazione di Palermo invita il cantastorie Ciccio Busacca a cui Panzeca aveva da sempre proibito di cantare.
La lista viene presentata e il PCI ottiene ottocento voti e quattro consiglieri.
Per la prima volta dal 1952.

Alla prima seduta di consiglio Vera nota una poltrona di pelle ben in vista tra gli scranni: le dicono che è riservata a don Peppino che presiede di diritto alle sedute seppure non sia nemmeno eleggibile per i suoi precedenti penali. Vera, invece che al suo posto, decide di sedersi sulla poltrona tra il fuggi fuggi dei consiglieri.
L’indomani la sedia verrà rimossa dal messo comunale, ma per Vera cominciano le intimidazioni: le consigliano di “sposarsi con uno di fuori” e smetterla di fare politica; poi tentano di farla uscire di strada, in un tornante, mentre guida la Topolino.
Vera tra le prime iniziative da consigliera vuol fare applicare la legge sulla ripartizione del grano a Ciaccio, un notabile locale, ma non trova sostegno da parte dei carabinieri chiamati in soccorso. Dopo la morte sospetta della giovane moglie del segretario della sezione, e delusa soprattutto dal mancato apporto della federazione di Palermo, alla quale si è rivolta più volte per essere supportata, Vera sta per cedere.
Ma la strage di Ciaculli, un quartiere alla periferia di Palermo, il 30 giugno 1963, con sette carabinieri morti, per ordine di una cosca mafiosa di cui fa parte Panzeca, cambia la situazione.
Vera riempie le strade dei manifesti del capomafia di Caccamo che ora è latitante, invitando la gente a spezzare la rete di protezione e omertà. Rimasta ancora una volta inascoltata dal partito, in totale solitudine, inoltra un esposto a suo nome alla commissione parlamentare antimafia formatasi proprio a seguito della strage di Ciaculli, denunciando il sindaco che non convoca il consiglio e nega l’esistenza della mafia a Caccamo.
Non otterrà mai risposta, e la compagna Vera Pegna poco dopo lascia Caccamo.

Questa è la storia di Vera Pegna. Questi i fatti. Ma i fatti da soli non bastano. Bisogna saperli leggere alla luce del presente per rispondere alla domanda che la stessa Vera si pone: fu tutto inutile?
Una prima risposta Vera la riceve trent’anni dopo, nel 1990, contenuta nella lettera di una donna, Concetta Minerva, figlia di un compagno di allora, e segretaria del PCI di Caccamo, che le confessa di averla cercata “disperatamente” perchè il suo operato le è stato d’esempio per continuare nel suo difficile ruolo di “donna e comunista che vuole uscire dagli schemi secolari stabiliti dalla cultura maschilista e siciliana”.
Nel 1992 Vera “addolorata nel vedere il PCI stendere un velo sempre più fitto sul passato” scrive un libro autobiografico Tempo di lupi e di comunisti, dal quale sono tratti i fatti che ho narrato.
Nel libro, pubblicato la prima volta nel 1992 .dalle edizioni La Luna di Palermo, Vera ripensando a quegli anni intenzione si di lotte vissute gomito a gomito con compagni così diversi da lei per cultura, provenienza geografica, classe, si chiede cosa abbia reso possibile una tale comunione tra loro e lei. “Una simbiosi” la definisce.
Man mano che scrive Vera acquisisce consapevolezza del fatto che ciò che ha vissuto è stata una esperienza “con una valenza che andava al di là di Caccamo” che ha trasformato la sua vita e quella dei compagni, e il partito non era stato altro che un mezzo per sperimentarla.
50 anni dopo, nel 2012, tramite facebook Vera scopre che su Caccamo Domani, una lista civica formatasi dopo le ultime elezioni, si parla di lei – “quella che ha tolto la sedia a don Peppino” – come di “una donna di grande carattere che visse intensi momenti di vita politica”. Scopre che la gente addita ancora il balcone da dove lei ebbe il coraggio di “opporsi al potere dei mammasantissimi”, e nei commenti ci si augura di poterla un giorno fare tornare.
Vera risponde, e nel febbraio 2013 torna, su invito, a Caccamo.
“E’ tornata per raccontarci un pezzo della nostra storia che pochi di noi conoscono”, dicono nella sala stracolma che l’accoglie. Le dicono anche: “E’ come se tu avessi lanciato un seme, in quanto nella tua storia c’è la storia di quello che ciascuno di noi avrebbe voluto fare”. E ancora: “Il cambiamento prima o poi doveva arrivare, adesso c’è Addio Pizzo, c’è voglia di riscatto”.
Invitata a parlare di quella lontana esperienza, Vera racconta che “Caccamo è stata un’esperienza di trasformazione non solo politica, in quanto il piano politico non è scindibile da quello personale” e ringrazia i compagni di allora “per averle fatto scoprire una parte di sé di cui non era consapevole”.

Fu tutto inutile?
La storia di Vera è una conferma, semmai ce ne fosse bisogno, che le vere trasformazioni, seppure a volte lente a compiersi, sono quelle a partire da sé, dalla propria esperienza, agendo fuori da solchi già tracciati, da ruoli prescritti, senza la mediazione di alcun potere maschile. Rispondendo solo al proprio desiderio. Soprattutto su un terreno, come quello dell’antimafia, fortemente segnato da una lettura maschile di tipo giuridico-economicistico.
Al contrario, Vera nel libro scrive che il potere di cui dispone la mafia non è solo economico ma anche “quello di fare di una nullità un cristiano”. Evidenziando dunque le importanti ricadute simboliche del fenomeno, troppo spesso sottovalutate. Ciò non significa che la mafia a Caccamo è stata sconfitta. Vera Pegna ne è consapevole. Scrive infatti che la mafia, seppure invisibile, continua a dominare a Caccamo, e commentando il suo viaggio di ritorno confessa di “non riuscire a venire a capo delle dicerie su chi è mafioso e chi non lo è. Su tutto aleggia il non detto. Piani tra loro incompatibili si sovrappongono”.

Ciò che conta è che Vera con quei suoi gesti imprevisti e spiazzanti, asimmetrici all’ordine dominante, anche quello dell’antimafia, ha aperto un varco mostrando come a Caccamo un’altra storia sia possibile. Non a caso, salutandoli, esorta i giovani affinché prendano coscienza della loro storia per “dare a se stessi e agli altri un’immagine di Caccamo diversa da quella di roccaforte della mafia”.

Vera Pegna, Storia di lupi e comunisti. La vera storia della ragazza che sfidò la mafia, Il Saggiatore 2015

Vera Pegna su Wikipedia

documentario Rai Play  “pane quotidiano”

Diario civile. Una compagna che sfido’ la mafia

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Gisella Modica

Sono nata nel 1950, vivo a Palermo, una figlia archeologa precaria, un marito, una gatta in casa, diversi in giardino. Mi sono fatta il ’68, nel ’75 ho detto addio alla doppia militanza e sono diventata femminista. Mi sono fatta tutte le manifestazioni, a partire dal salario alle casalinghe, fino a SNOQ, e tutti gli Otto Marzo, anche se non ci credevo. Sono stata candidata, poi ho detto basta! Voglio solo leggere e scrivere per cambiare il mondo. Femminista sono tuttora, molto vicina al pensiero della Comunità Diotima di Verona. Dal ’93 faccio parte della redazione della rivista Mezzocielo, bimestrale di donne autogestito, fondato nel ’92, dopo le stragi di Falcone e Borsellino, e del direttivo dell’associazione Biblioteca delle donne UDI Palermo, fondata nel 1948. Ho condotto laboratori di narrazione con donne adulte poco scolarizzate e in alcune scuole. Per Stampa Alternativa ho pubblicato Falce, Martello e cuore di gesù, e Parole di terra, tratto da un laboratorio di narrazione con le donne di un antico quartiere di Palermo. Ho pubblicato diversi racconti e saggi su riviste e antologie.

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