La disperazione quieta di Elisabeth Strout

Nada Pesetti, 5 ottobre 2017

Dopo Amy e Isabelle, Resta con me, Olive Kitteridge, I fratelli Burgess, per i quali Elizabeth Strout è apprezzata e amata anche in Italia, arriva Tutto è possibile, l’ultimo romanzo. E torna la struttura narrativa che era stata di Olive Kitteridge: capitoli-racconti che ricostruiscono le storie e i legami di una piccola città della provincia americana, in questo caso Amgasch, Illinois.

In questa tessitura riappare anche Lucy Barton, protagonista del penultimo libro Mi chiamo Lucy Barton. In quello, però, Lucy racconta in prima persona il rapporto difficile con la madre, partendo dal periodo in cui è costretta in ospedale e la madre la assiste, qui invece Lucy Barton è un personaggio tra gli altri e non le è riservato un punto di vista privilegiato. Eppure è una presenza/assenza ubiqua in virtù del suo ruolo di scrittrice: è colei che ha lasciato alle spalle la vita monotona della cittadina, ma soprattutto la povertà dell’infanzia, per cercare il successo. I concittadini seguono su giornali o in rete la sua carriera, gli incontri, i nuovi libri, fino all’ultimo memoir in cui forse si ritroveranno.
Tommy, che era stato bidello nella scuola di Lucy, vedendo il nuovo libro, sulla cui copertina svetta un grattacielo (proprio come sulla copertina di Mi chiamo Lucy Barton), pensa alla bambina “pelle e ossa, penosamente pelle e ossa, che era stata”, e si interroga sulla sua vita a New York.

Patty, coetanea di Lucy e ora insegnante, leggendo, trova una specie di consolazione, o almeno di dolcezza, nel rendersi conto che “il libro di Lucy Barton l’aveva capita. Proprio così, il libro l’aveva capita”.
Charlie Macauley, un uomo gentile, “un uomo in pena”, rivedendo nella memoria i bambini Barton, pensa che “sarà un libro tristissimo”.
Abel Blaine, lontano cugino, povero come i Barton, poi dirigente di successo, che ha incontrato Lucy alla presentazione del suo romanzo a Chicago, si rivede bambino insieme con lei a cercare cibo nei bidoni della spazzatura e quel ricordo gli duole come un arto fantasma.
Lucy, la scrittrice, è, insomma, la testimone assente, e anche qualcosa di più, come ci si aspettasse da lei, artefice delle storie, delle loro storie, quasi un potere epifanico di rivelazione.

Per il resto le vite scorrono in un lento, quotidiano intreccio di amicizie e relazioni, o, talora, nello straniamento di un viaggio in Italia o nel fugace incontro nel soggiorno di un b&b. Ciascuno si porta dentro un peso, a volte un segreto, una vergogna, che in un momento fatale si svela, e amarezza e vergogna si sciolgono nel riconoscimento. Può avvenire nel cortile dietro casa, all’emporio, o per la strada di un paesino italiano sul mare: per un momento viene “scoperchiato un tetto” e tutto acquista nitidezza.
Lucy Barton torna a casa e sembra non reggere questa rivelazione, che magari è solo la fragilità del fratello e il risentimento della sorella che ingombrano la casa misera, nonostante i goffi tentativi del fratello di pulirla e renderla accogliente.

Come Lucy anche Annie, l’attrice, torna e, davanti alla realtà ritrovata, anche lei scopre “quasi insopportabile la vulnerabilità delle facce” di chi è restato, “tristi e giovanissime pur essendo facce di mezza età solcate da rughe di mezza età”. “Esistono tanti modi – pensa – per non sapere le cose” ed esiste un momento abbagliante per venire colti dalla consapevolezza della tragedia o dalla commozione “per i piccoli, piccolissimi, motivi di umano dolore”.

 

Elizabeth Strout, Tutto è possibile, traduzione di Susanna Basso, Einaudi 2017

Elizabeth Strout, Mi chiamo Lucy Barton, Einaudi 2016

 

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Nada Pesetti

fotografa e poeta, vive a Genova

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