Convivenze tentacolari. Femminismi e fantascienza

Lidia Curti, 28 settembre 2017


Dal numero 124 di Leggendaria

«Dimmi, in che cosa l’altro sesso della tua razza differisce dal nostro?».

«Già, non avevo pensato che tu non hai mai visto una donna… in molte società il fattore di essere nato uomo o donna determina le proprie aspettative, attività, prospettive, l’etica, i modi – quasi tutto. Vocabolario, usi semiotici, vestiti. Anche il cibo… è molto difficile separare le qualità innate da quelle acquisite. Anche quando le donne partecipano alla società in modo eguale agli uomini, è a loro che tocca partorire e allevare i piccoli» 

Ursula Le Guin, La mano sinistra delle tenebre

 

Negli ultimi decenni del secolo scorso, il pensiero femminista ha affrontato la sfida tecnologica con il cyberfemminismo e trova un seguito nel recente manifesto del collettivo xenofemminista internazionale Laboria Cubonik[1]. Una maggiore consapevolezza sull’urgenza di una resistenza alla progressiva devastazione del pianeta e l’apertura ai nuovi orizzonti analitici ed epistemologici dell’intersezionalità hanno arricchito l’ambito di azione politica e filosofica con un insieme di differenze molteplici invece che istanze separate nella disuguaglianza sociale.

L’opera di Donna Haraway è stata guida e influenza costante in molti dei passaggi del femminismo teorico e filosofico di oggi che cerca una strada partendo dal femminile. La ricerca di un modo di vivere insieme, in una catena simbiotica tra esseri di ogni specie e natura, è lo scopo del suo libro recente, Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene (2016). Il titolo complesso si riferisce all’arte di vivere in un tempo profondamente disturbato, di sopravvivere nel disagio, coesistere con la devastazione. Sin dagli organismi cellulari endosimbiotici all’origine della vita, abbiamo bisogno gli uni degli altri in una simbiosi obbligata. Una delle prime cyberfemministe diventa paladina dell’interspecismo, in una svolta che lascia interdette molte tra le sue interlocutrici.

Qualche decennio prima, l’autrice si era concentrata sul rapporto dell’umano con scienza e tecnologia nel “Manifesto for Cyborgs”, evocando nell’immagine del cyborg un organismo cibernetico, un ibrido tra macchina e umano, tra realtà sociale e romanzesca, tra mito delle origini ed epoche future, tra scimmia e donna. Il titolo della raccolta Simians, cyborgs and women indicava programmaticamente una guerra di frontiera tra specie diverse, giocata sui territori della produzione, della riproduzione e dell’immaginazione, capovolgendo il paradigma della donna, da sempre vista come sintesi tra natura e artificio, tra passato e futuro. Consegnata nell’immaginario a un’alterità irrapresentabile, da doppia minaccia si trasformava in doppia utopia: il cyborg femminile diveniva simbolo di «confini trasgrediti, fusioni potenti, possibilità pericolose», creando un paradiso di identità contaminate per le ragazze-rasoio della narrativa cyberpunk, interfaccia tra umano e computer, o le sin-tetizzatrici dei romanzi di Pat Cadigan, nonché tutte le figure androgine che evadono la strettoia dell’omo-eterosessualità. In una recente visita a Documenta 14 (Atene, 2017), ho ascoltato con amorosa nostalgia i suoni elettronici di una “antica” sintetizzatrice modulare EMS Synthi 100, recuperata dai primi anni Settanta e messa in rapporto con una nuova generazione di giovani musicisti greci e artisti internazionali tra cui Pauline Oliveros, nota compositrice di musica sperimentale elettronica e autrice del concetto di “ascolto profondo”.

Nel libro di Haraway la macchina c’è ma in secondo piano rispetto alla simbiosi organica che lei vede come urgente sul pianeta danneggiato in cui viviamo. Il presente è quello dell’antropocene e del capitalocene, mentre il tempo del chthulucene – nome di un altro luogo e di un tempo che era, ancora è, e ancora potrebbe essere – prevede poteri e processi terreni inclusi quelli umani, e molto di più. Si può resistere producendo relazioni e collettività che travalichino la singolarità della riproduzione umana[2]. “Make kin, not babies” (Creare relazioni, non bambini), titolo di uno dei capitoli, guarda al creare parentele non solo genealogiche ma veramente a favore dei bambini che nel mondo attuale non sono protetti. La parola “kin” indica insiemi di relazioni, comunità, connessioni inventive per vivere e morire bene nella convivenza. Il riferimento a chi cerca rifugio, la migrante di oggi, è un elemento importante di questo passaggio: «Nell’antropocene si distruggono luoghi e tempi di rifugio per gente e altri […] Proprio ora, la terra è piena di profughi, umani e non, senza rifugio».

Il libro tratta della resistenza dei “critters” mortali sulla terra al tempo dell’antropos e del capitale. La parola inglese letteralmente sarebbe riferita ad animali che strisciano; da vincere, ammonisce l’autrice, è la tentazione di tradurla con creatura che richiama l’umano in più di una lingua. In questo caso “critters” è usato promiscuamente per indicare esseri di ogni specie, microbi, piante, animali, umani e non umani («muniti di tentacoli, antenne, dita, chele, code, gambe e zampe, peli scomposti»), e talvolta macchine.

Questi esseri sono alla base del pensiero tentacolare – il tentacolo può sia sentire sia cercare o tentare – fatto di fili che disegnano figure concatenate, come quelle del ripiglino in cui lo spago passa da una forma all’altra, tessendo ragnatele di sentieri e causalità mai deterministiche, nodi che si sciolgono per crearne altri, come nella fantascienza, che narra trame di mondi e tempi possibili, material-semiotici, passati, qui, ancora a venire. Come non pensare agli esseri interspaziali, la nuova e futura specie al centro di Xenogenesis della scrittrice nera americana Octavia Butler?

I tentacoli che coprono il corpo degli alieni oankali – e tra essi degli ooloi addetti agli incontri e agli scambi con nuove specie – sono organi senzienti e comunicativi attraverso i quali sentire, vedere, accoppiarsi, dar forma a oggetti e ambienti. In Dawn, primo volume della trilogia, Lilith Iyapo, l’indigena americana salvata da loro dalla distruzione della terra, rinasce, dopo un sonno di secoli, con il compito di “inter-generare”, trovandosi al centro di spinte contrastanti, da un lato una nuova specie dalle qualità sovraumane ma che tende all’umano come elemento inter-genetico necessario e, dall’altro, gruppi di sopravvissuti umani che non accettano il suo ruolo e la considerano, come d’antico Malinche, traditrice della sua razza. Al contrario di Medea, lei non troverà il salvifico carro del Sole che la innalzi al cielo, ma dovrà convivere, nel seguito della storia, con una progenie inquietante, affrontando una lotta mai vinta una volta per sempre.

Dawn pone al suo centro la difficoltà per gli umani, oltre che per lettrici e lettori, di accettare la mescolanza genetica, la contaminazione tra maschile e femminile, umano e alieno che per gli ooloi, i membri del gruppo cui è affidato il commercio genetico, è desiderio e legge allo stesso tempo. L’ambiguità verso i futuri nuovi “mostri” attraversa il testo descrivendo l’altalena di repulsione e apertura della sua protagonista, e richiama alla memoria le ambiguità di Mary Shelley, che nonostante l’orrore aveva già dato voce a un mostro, attribuendogli sentimenti, frustrazioni e desideri. Si registra qui il movimento verso molteplici madri e padri che travalica e in gran parte sovverte il modello dei legami edipici del ristretto nucleo familiare.

Lilith accetta di dare inizio a una nuova stirpe transumana e transmateriale e a una società in cui il nucleo familiare è composto di padri e madri, di razze, specie e sessi diversi, con una progenie articolata liberamente nel superamento di antiche dicotomie. In Gender Trouble (1990), Judith Butler ipotizza una proliferazione delle configurazioni culturali di sesso e di genere che mettano in questione ogni binarismo sessuale, e ne denuncino la innaturalità. Insistendo sul carattere performativo della differenza sessuale, lei vede il corpo come un confine variabile sulla cui superfice il genere iscrive “stili della carne”, sempre aperti e incompiuti, non molto diversi da quelli descritti da Octavia Butler.

La liberazione dalla nozione restrittiva della maternità, che diventa qui multipla e comunitaria, evade la solitudine dello stereotipo materno che ha imprigionato la donna nella visione dell’unità familiare nel mondo occidentale[3]. È interessante notare che le sue protagoniste, tutte viaggiatrici nel tempo e nello spazio a cominciare da Dana di Kindred (1979) – in italiano Legami di sangue – sono native o nere- americane.

“Making kin”

La creazione di trame relazionali in Haraway si ritrova appunto nelle fabulazioni narrative e nel rapporto tra scienza e immaginario: «scientifico è il modo in cui scrivo» lei ci dice. La relazione col nuovo pensiero antropologico passa per Anna Tsing, con la biologia femminista per Lynn Margulis e con l’immaginario fantascientifico per Octavia Butler e Ursula Le Guin – queste e altre sono le sue sorelle. Non si può trascurare la mitologia in cui il pensiero di Haraway trova alcune delle sue icone: «Medusa/Gorgoni/Erinni (Furie), Arpie, potenti entità alate dalla presa laterale e tentacolare, senza una genealogia o un genere definito, anche se sono sempre raccontate come femminili». Lo sguardo critico femminile ha realizzato la ripetizione e il rovesciamento di tale struttura simbolica, di questa negazione della simbolizzazione, attraverso la rielaborazione e la riappropriazione di figure femminili mostruose, multiformi, dalla soggettività diffusa ed elusiva. «È sufficiente che si guardi la medusa dritta in faccia per vederla: ed ella non è mortale. È bella e sta ridendo», dice Hélène Cixous.

Alle trame relazionali di Haraway vengono in aiuto gli “holobionts” di Lynn Margulis, evoluzionista radicale che unisce biologia e chimica ad arti, storie e teorie sistemiche. L’evoluzione delle cellule per lei è condizionata dall’unità con il diverso, lo “straniero”, e da qui deriva la nozione di simbiogenetica che ritroviamo anche in Butler. Gli assemblaggi simbiotici complessi in cui non c’è distinzione tra organismo ospite e ospitante sono fondamentali per Haraway che li ricerca negli organismi animali e vegetali che animano i vari capitoli del libro, anche attraverso le molte immagini raffiguranti ibridità di varia natura.

A questo tema si collega Anna Tsing che, In the Realm of the Diamond Queen, narra della sua ricerca tra i Dayaks Meratus, una popolazione marginalizzata dell’isola indonesiana di Kalimantan, operando una svolta nei modi di porsi rispetto al suo s/oggetto. Il suo sguardo sulla popolazione femminile passa attraverso quello di Tani, “informatrice nativa” e donna anomala perché viaggiatrice come lei. Già in quel libro lei parlava di arti di vivere su un pianeta danneggiato, tema che attraversa la sua scrittura successiva fino a dare il titolo a una sua recente raccolta di saggi, Arts of Living on a Damaged Planet (2017), oltre a esser presente in Staying with the Trouble sin dal titolo, a indicare la vicinanza tra le due pensatrici. La raccolta mette insieme storie, narrative, descrizioni di studiose da campi disparati quali antropologia, ecologia, scienza, arte, letteratura e bioinformatica, e vi si incontrano formiche, licheni, rocce, elettroni, volpi volanti, salmoni, castagni, vulcani, zone di frontiera, tombe, rifiuti radioattivi – meraviglie e terrori di un’epoca inattesa 

Octavia Butler e Ursula Le Guin, predilette tra le sue “sorelle”.

Di Octavia Butler, come ho già notato, non si può ignorare l’utopia della convivenza tentacolare che viene proposta in Xenogenesis. Haraway si volge tuttavia a un altro suo romanzo, Parable of the Sower (1985) in cui l’immagine dei semi diventa dominante assegnando al mondo vegetale il compito della riproduzione che può salvare il pianeta. Sulla scia della parabola biblica del seminatore vi si narra di semi ma anche di parole attraverso l’odissea di una giovane nera americana poco più che adolescente in fuga dopo la distruzione della sua casa e l’uccisione dei suoi familiari in uno scenario di devastazione e violenza. Insieme con altre fuggiasche/i che raccoglie nel suo vagare fino all’estremo nord della California, fonda una comunità che ha come ideale la migrazione interstellare, verso un pianeta lontano dalle devastazioni terrestri, ma che intanto segna i vari insediamenti pur temporanei attraverso il radicamento vegetale. Sono guidati dalla fede in una divinità che è cambiamento, come recita la poesia in epigrafe. Il nome dell’eroina migrante Lauren Oya Olamina è richiamo alla dea Oya, divinità vicina alla Orisha degli yoruba nigeriani, con i suoi nove affluenti, i nove tentacoli con cui afferra vivi e morti, tra santerìa brasiliana e il culto cattolico della Vergine Maria. Dea del cambiamento, domina vento, tempesta e morte esercitando i suoi poteri di creatrice di mondi.

Ursula Le Guin è ancor più presente nel libro di Haraway con riferimenti alle opere che valorizzano il mondo primitivo e quello vegetale, in particolare nei racconti “The Author of Acacia Seeds” e “The Carrier Bag of Theory”. Qui si prefigura il capitolo conclusivo del libro di Haraway su un collettivo, di cui fa parte l’autrice stessa, che crea le storie di cinque entità caratterizzate tra l’altro dal pronome neutro per e che si chiamano Camille. Si tratta di esseri nati da umani ma che sin da prima della nascita sono condizionati dalla simbiosi con un animale e che nei racconti collettivi vengono seguiti per tutto il corso della vita.

È al romanzo più noto di Le Guin La mano sinistra delle tenebre (1969), che già dal suo titolo promette un rovesciamento di prospettive, cui vorrei riferirmi per finire. Vi si narra di una storia d’amore incompiuto e del cammino del protagonista terrestre verso un alieno e diverso, una storia lenta, non lineare, sofferta, che narra dell’incontro difficile con l’alterità. La storia di questo probabile futuro è interrotta da intermezzi archiviali, parabole di civiltà del passato che prefigurano un futuro, che la fantascienza condivide con altri generi ad essa adiacenti, da fantasy e orrore a storia.

Su Gethen il tempo parte sempre da ora, il clima è sempre freddo, i suoi abitanti sono evoluti nello sviluppo corporeo, con una sessualità oscillante che risponde agli stimoli, all’ambiente, agli incontri d’amore, e con essa gli attributi dell’uno e dell’altro sesso tra cui la maternità e la disponibilità alle lacrime. Ma non hanno superato gli intrighi del potere, la competitività, la corruzione politica. L’Ekumene di cui fa parte il pianeta terra è l’entità positiva rappresentata da Genli Ai, suo ambasciatore, che sperimenta come straniero la difficoltà di superare il superbo isolamento di Gethen ma che allo stesso tempo nell’estrema vicinanza a Tefrem Estraven, il compagno che si sacrificherà per lui, vive i suoi stessi limiti terreni. Quando si confrontano su “come sono le donne” (vedi epigrafe), non possono che concludere malinconicamente che l’uno è ossessionato dall’unità sessuale, l’altro dal dualismo. A smentire l’in-differenza sessuale, è una donna, Lang Heo Hew, emissaria dell’Ekumene, che scende dall’astronave quale dea-ex-machina nello scioglimento della trama.

La stessa autrice, in una breve introduzione al romanzo, insiste sulla complessità morale di questo genere, definendo la fantascienza come esperimento del pensiero più che esercizio di predizione, un nonsense di cui crediamo ogni singola parola, invenzione pura attraverso l’esperimento. Per lei il futuro è conseguenza del presente, la scrittura in sé è slancio verso di esso – futuro come metafora, solo la narrazione può dire di che. «Il mestiere del romanziere è mentire […] La sola verità che posso dire è una bugia: un simbolo dal punto di vista psicologico, una metafora da quello estetico […] la verità è materia dell’immaginazione». I fatti non sono solidi, coerenti, rotondi e reali, più delle perle che si ritrovano nel mare – ambedue sensibili al calore della pelle. Ecco dunque un altro insieme, un assemblaggio che ci riporta a Haraway.

 Symbolic whirlwinds (Luciana Parisi)

Le diffidenze e i divari in quest’area tra teoria e arte femminista sono molti sia nelle prese di distanza esterne sia nel dibattito interno. La svolta interspecista di Haraway è difficile da accettare e lo spostamento dello sguardo dalla centralità dell’umano viene considerato pericoloso per l’attivismo politico, e inaccettabile il predominio della natura su macchina e tecnologia o su oppressione e sfruttamento dei diversi per razza, classe, colore e orientamento sessuale. Ciascuna parte si sente messa in ombra o trascurata nella prevalenza della carne, dei semi, delle fibre oltre che delle forme metaforiche e immaginifiche degli animali acquatici e delle piante.

D’altro canto la fede dello xenofemminismo nella tecnologia suscita sospetto per gli echi della filosofia accelerazionista, considerata elitista e conservatrice, e si lamenta la messa in ombra del tema ecologico. In Estetica Aliena, Bogna Konior deplora l’allontanamento del gruppo da Haraway e dall’ecofemminismo, rinunciando agli alleati che si ritrovano nella convivenza da lei auspicata, utili anche nell’azione politica.

Una possibile risposta può essere suggerita dall’immagine di copertina del libro di Haraway, opera di Geraldine Javier, che ha funzione di sguardo preliminare e a un tempo conclusivo. La figura composita che vi appare ha la radice in un’ossatura pelvica umana in forma di farfalla e s’innalza in una colonna vertebrale fatta di filamenti vegetali fino a finire in una farfalla composta di due foglie secche. È umanoide e insettoide, fibrosa e ossea, pianta e animale, tra evocazione e metamorfosi. C’è il riferimento ai tanti temi del libro: le arti fibrose, la barriera corallina, le figure di fili a spago del ripiglino, le tessiture navajo, la medusa merlettata, e il richiamo alle molte metafore artistiche, intellettuali e teoriche, mitologiche e scientifiche.

Per Camille ci hanno ricordato con le loro storie la funzione della narrazione nel costruire corridoi lungo i quali pensare. Sull’importanza di pensare (per le donne è sottinteso) pongono l’accento sia Hannah Arendt sia Virginia Woolf, come ricorda Haraway: la prima con il concetto di «andar visitando» con l’immaginazione, attività preziosa per l’apertura mentale, la seconda con l’imperativo «Think we must, we must think», pensare dobbiamo, dobbiamo pensare.

 

 

Pat Cadigan, synners, Harper CollinsLondon 1991.sintetizzatori umani, trad. Giobbi, shake, milano 1998

Donna J. Haraway, Simians, cyborgsand women: the Reinvention of Nature,Free Association Books Londra 1991. Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Trad. e cura di Liana Borghi,Feltrinelli, Milano 1995

Anna Lowenhaupt Tsing, In the realm of the diamond queen. Marginality in and

out-of-the-way place, Princeton University Press Princeton, N.J. 199

 

Tsing et al,Arts of living on a Damaged Planet. Ghosts and monsters  of the anthropocene, University of MinnesotaPress, Minneapolis 2017

 

Lynn Margulis, Symbiotic planet. a new look at evolution, basic books, new york 1999

 

Hélène Cixous  et Cathérine Clément, La nouveau née,Editions 10/18, Parigi 1975

 

Julia Kristeva, Poteri dell’orrore. Saggio sull’abiezione                                                                                                Trad. di Scalco Spirali, Milano[1980] 2006

 

Octavia Butler, Parable of the Sower, Warner Books, New York [1985] 2000. La parabola del seminatore, Trad. di Polo, Fanucci, Roma 2006 

 

Judith Butler, Gender trouble. Feminism and the subversion of identity,Routledge, new york-london 1990 Scambi di genere. Identità, sesso e desiderio, Sansoni, Roma 2004

 

Bogna M. Konior, estetica aliena:xenofemminismo e animali non umani”

in feminoska/  POSTATO 3.3.2017

 

The Brood , Regia di David Cronenberg (1979)

 

 

[1]. Il manifesto Xenofeminism: A Politics for Alienation (2015), che in copertina mostra la scena cruciale della creazione del mostro di Frankenstein, propone la tecnologia come strumento per l’attivismo politico in un’era caratterizzata da globalità, complessità tecnologica, e considera l’alienazione come impeto per generare mondi nuovi, mobilizzando il potenziale delle tecnologie contemporanee su genere, sessualità e disparità di potere. L’attuazione dell’intersezionalità – abolizione di classe, genere e razza – richiede una modifica dell’universale che non può essere imposta all’alto ma costruita dal basso, o meglio «aprendo transiti laterali su panorami scoscesi». Cruciale è l’interconnessione tra digitale e il materiale, poiché non c’è nulla che non possa essere studiato scientificamente e manipolato tecnologicamente.

[2]. Come recita il titolo della xenofemminista Helen Hester, «(ri)produrre futuri senza futurità riproduttiva». Tuttavia, nel rifiuto delle identità naturalizzate, lo xenofemminismo non accetta la simbiosi organica. «In nome del femminismo, la natura non può più essere rifugio dall’ingiustizia, o base di una qualunque giustificazione politica. Se è ingiusta, cambiamola!».

[3]. Non a caso la trilogia riappare in una edizione successiva con il titolo “La covata di Lilith” (Lilith’s Brood), ricordando il film di David Cronenberg The Brood (1979) in cui la protagonista Nola genera sciami di insetti, nati dalla sua rabbia, che assassinano chiunque la minacci. Il grembo, spesso rappresentato come mostruoso nel film fantastico e dell’orrore, rappresenta l’associazione tra abiezione e corpo femminile, tra abiezione e materno descritta da Kristeva in Poteri dell’orrore.

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Lidia Curti

Lidia Curti è professore onorario di Letteratura inglese all’Università degli Studi di Napoli «L’Orientale». Fa parte della redazione delle riviste Anglistica, Estetica, New Formations, Parol e Scritture migranti. Tra i suoi volumi recenti, Female Stories, Female Bodies (Macmillan 1998). La voce dell'altra. Scritture ibride tra femminismo e postcoloniale (Meltemi 2006), e la co-cura di La questione postcoloniale (Routledge, 1997; Liguori, 1998), La nuova Shahrazad (Liguori 2004), Schermi indiani, linguaggi planetari (Aracne 2008) e Shakespeare in India (Editoriae & Spettacolo 2010). Suoi recenti interessi di ricerca sono le migrazioni in Italia e nel Mediterraneo, in particolare letteratura e arte femminili e femministe· È tra le fondatrici della Società Italiana delle Letterate

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