Mia sorella la vita. La casa di chi nasce dalla violenza

Clotilde Barbarulli, 27 settembre 2017

Il nuovo romanzo di Arundhati Roy Il ministero dell’estrema felicità  segna il ritorno alla narrativa dopo saggi e pamphlet ma in realtà è un discorso politico mai interrotto. Roy infatti quando scrive e prende posizione sulle sopraffazioni esercitate dal governo indiano e dai capitali mondiali, svela le ombre più cupe del potere ieri e oggi ,e, al tempo stesso, volge lo sguardo verso un mondo diverso da realizzare qui ed ora. Come ha scritto, oggi si deve saper “tradurre i brillanti discorsi da riunione di consiglio di amministrazione in storie vere di gente vera con vite vere. Storie di che cosa significa perdere la propria casa, la terra, il lavoro, la dignità, il passato e lo stesso futuro di fronte a una forza invisibile”.

Perciò la struttura non lineare della trama è in sintonia con il caos reale della vita in un’India travolta da conflitti e stragi religiose e sociali: con il passaggio dalla prima alla terza persona racconta vicende di violenza intrecciate, in un’ incursione continua nella Storia fra passato e presente, fra archivi, lettere e descrizioni di foto. Al centro diverse figure fra cui Anjum dal corpo mutante, che dalla Casa dei Sogni, abitata da una comunità di hijra ( un’antica parola dall’alone sacro a significare «corpo nel quale abita un’Anima Santa»), viene coinvolta nella strage perpetrata contro i musulmani nel Gujarat nel 2002, con morti e feriti, moschee e templi distrutti. Traumatizzata arriva nel vecchio cimitero islamico che sorge accanto a un ospedale e un obitorio e fonderà con altr* la pensione e l’impresa di pompe funebri Jannat, “Paradiso”, accogliendo tutti gli “inconsolabili”, a cui è dedicato il libro. Così Tilo, dopo essere stata arrestata e torturata dai militari, vi si stabilisce mettendosi ad insegnare aritmetica, disegno, inglese. Arriva alla comunità con una bambina che sarà chiamata Miss Udaya Jebeen Seconda, comparsa “all’improvviso, poco dopo la mezzanotte… in una pozza di luce, nuda…aveva la pelle nero-azzurra.. silenziosa…aveva imparato che le lacrime, le sue lacrime quanto meno, erano inutili”. Tilo la prende con sé perché la considera come la figlia di Arifa e dell’amato Musa: entrambe erano state uccise dalla stessa pallottola negli anni “offuscati dal sangue” del Kasmir quando “la morte era dappertutto”. Da una lettera sapranno che in realtà si chiama Udaya, figlia della maoista  Revathy, e nata dopo torture e violenze di alcuni militari.

“La bambina era l’inizio di qualcosa. … Una volta cresciuta, Miss Jebeen Seconda avrebbe saldato i conti e raddrizzato le cose”. Nella notte finale al cimitero, mentre Anjum guarda le stelle con la bambina, anche Guih Kyom, lo scarabeo stercorario, è sveglio, coricato di schiena con le zampe in aria “pronto a salvare il mondo se fosse crollato il firmamento. Ma persino lui sapeva che alla fine le cose sarebbero andate per il meglio. Era così, non poteva essere altrimenti. Perché era arrivata Miss Jebeen, Miss Udaya Jebeen “. Il finale è un monito ai cosiddetti vincitori perché la loro violenza può produrre altrettanta tenace resistenza.

Nel sottofondo trapela l’esperienza di Roy nell’India centrale dove ha incontrato i maoisti (naxaliti), raccontata anche in un libro che ha suscitato molte polemiche: a proposito della distruzione degli adivasi nelle foreste del Chhattisgarh – dopo l’Operazione “caccia verde” del governo del 2009 per rimuovere i “vincoli” allo sviluppo o piuttosto agli investimenti e la conseguente insurrezione (ancora in corso) – invitava a riflettere che si tratta di una situazione di genocidio, anche se senza camere a gas: gente assediata, ridotta alla fame, devastata dalle malattie. La rivolta è collegata con lo sfruttamento minerario e industriale delle multinazionali, intensificato grazie alle concessioni del governo, che invece dovrebbe fermare il profitto osceno di pochi e impedire l’assoluta esclusione degli indigeni. Senza abbracciare l’ideologia naxalita Roy ha sottolineato che, se il governo indiano continua a bombardare villaggi, criminalizzare intere comunità, militarizzare il conflitto, la popolazione non ha altra via d’uscita se non quella della ribellione: è una violenza strutturale dello stato che porta 250.000 contadini ad ammazzarsi e l’80% della popolazione a vivere in povertà.

Il problema è che servono altri immaginari, un modello di sviluppo che non distrugga le risorse, che non lasci fuori le popolazioni locali ed i poveri. E il libro di Roy – con ironia e passione – ci offre lo scenario di un luogo marginale che viene risignificato, dove gli esclusi, anche animali feriti,   testimoniano come si possa provare a creare un mondo ricco di affetti e di speranze, con una rete di relazioni e pratiche che nascono dalla reciproca accettazione al di là di ogni confine.

Non è surreale, vorrei notare, un cimitero abitato, se si pensa a quello del Cairo – su cui Sandi Hilal fece vedere già nel 2005 al Giardino dei Ciliegi un interessante video – perché è un fenomeno che dura da anni: una realtà urbana viva che sfida proprio la normalizzazione di uno spazio pubblico, sempre più controllato e discriminante.

È un libro corale, di frontiere porose, nel riconoscere valore ad ogni vita, nel superare i confini posti dai codici e dal potere, nell’oltrepassare la linea fra la vita e la morte, fra umani e animali praticando una particolare arte della felicità. L’accoglienza e la relazione sembrano l’unico modo per superare le frontiere della pelle, del sesso, delle religioni a favore di spazi al di fuori del linguaggio e del potere convenzionali. Una protesta polifonica che prende corpo dalle singole storie in una realtà che – ricorda Roy – è il teatro della guerra quotidiana a intensità variabile che si combatte fra il mondo di sopra e quello di sotto, la “guerra dei ricchi contro i poveri”.

Arundhati Roy, Il ministero dell’estrema felicità, traduzione di Federica Oddera, Guanda 2017, pp. 493, euro 20,00

Arundhati Roy, Guerra è pace, Guanda 2002.

Arundhati Roy,Camminando con i compagni, una testimonianza, Casa editrice Rapporti Sociali di Milano 2010; poi Nella giungla con i compagni, Zambon 2011, e In marcia con i ribelli, Guanda 2012.+

Arundhati Roy, “Se sopprimi gli adivasi hai eliminato il futuro”, intervista a cura di Marina Forti, il manifesto 28.4.2010

Sandi Hilal e Alesandro Petti, “La città dei morti del Cairo” video.

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Clotilde Barbarulli

Clotilde Barbarulli collabora attivamente con associazioni quali il Giardino dei Ciliegi di Firenze, la Libera Università Ipazia, la Società Italiana delle Letterate. Si occupa di autrici contemporanee fra lingue e culture e di scrittrici '800/900. Tra le sue pubblicazioni: con L. Brandi, I colori del silenzio. Strategie narrative e linguistiche in Maria Messina (1996); con M. Farnetti, Tra amiche. Epistolari femminili tra Otto e Novecento (2005); con L. Borghi Visioni in/sostenibili. Genere e intercultura (2003), Forme della diversità. Genere, precarietà e intercultura (2006), Il Sorriso dello Stregatto (2010)."Scrittrici migranti: la lingua, il caos, una stella" (ETS 2010),
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