L’Europa delle città vicine

di Gisella Modica, 13 luglio 2017

Gli Stati europei, privi di una politica economica che guardi al futuro e ai giovani e di una politica estera, delegata agli Stati Uniti, hanno reagito alla crisi finanziaria del 2007 causata dal sovra-indebitamento, e a quella dei migranti del 2011 a seguito della guerra civile in Libia e in Siria, trasformando gli individui in carne e ossa,  cittadini/e o migranti, in indicatori economici i primi e in numeri i secondi. Lo ha affermato Loretta Napoleoni al convegno l’Europa delle Città Vicine nel febbraio del 2016, promosso dalle Città Vicine “frutto di una pratica di relazioni tra donne e tra donne e uomini che hanno in comune il fare politica in prima persona e il senso dell’importanza della differenza sessuale”. La rete creata nel 2000 dà dimostrazione del fatto che esiste già un’altra Europa composta da più donne che uomini che reagiscono alle crisi “mettendo al centro l’importanza della vita, dando consistenza a nuove forme di esistenza e nuove parole che s’iscrivono in un altro simbolico”. Lo scrivono nell’introduzione al testo omonimo, che raccoglie gli oltre 45 contributi al convegno, le curatrici Loredana Aldegheri, Anna di Salvo e Mirella Clausi.

Il convegno intendeva “fare interferire” le differenti pratiche che già agiscono nel campo dell’accoglienza dei migranti “dove l’Europa sembra aver trovato la propria anima” (Di Salvo); contro la militarizzazione dei territori, le politiche di sicurezza e lo sfruttamento delle risorse umane e ambientali, per la creazione di “un’Europa come spazio ampio da abitare” (Micarelli); “casa comune planetaria” (Bottero). “Istituzioni nuove” in grado di connotare la sfida del passaggio di civiltà che stiamo attraversando”. Le relatrici sono anche promotrici di “piccole e grandi comunità che praticano il partire da sé e l’agire relazionale” (Sala): c’è il laboratorio creativo dove il prodotto realizzato va di pari passo con la riflessione sul senso e la qualità della vita (Bergamasco); il progetto di riuso del porto vecchio di Trieste (Cattaneo); il gruppo di Le giardiniere a Milano dove si manifesta “autorità sociale femminile” (Castiglioni); l’associazione Femminileplurale che aderisce al progetto “Lingua Madre” volto a far conoscere la storia delle donne migranti (Cunico). E molto altro ancora: gruppi di acquisto solidale; esperienze di micro credito; abitazioni in co-housing; lavori in co-working; reti di “social street” che in maniera diffusa stanno ridisegnando una diversa visione dell’Europa.

In assenza infatti di una costituzione europea, scrivono le curatrici, siamo di fronte a un’Europa in fieri che ciascuno/a può contribuire a creare. La strada che in questo “scenario aperto” le Città Vicine intendono percorrere è “un ampliamento delle relazioni fra città e una pratica politica di prossimità”.

“Ispiratrice” dell’evento è la filosofa Simone Weil che riteneva urgente la definizione di un nuovo patto sociale che dichiarasse gli obblighi verso l’essere umano più che i diritti; e l’indispensabilità dell’invenzione (in Una costituente per l’Europa) di istituzioni nuove “destinate a discernere e eliminare tutto ciò che nella vita contemporanea schiaccia le anime sotto il peso dell’ingiustizia, della menzogna, della bassezza”. Annoverando tra i bisogni per il rispetto dell’essere umano anche quelli terrestri dell’anima, come la bellezza.

Sulla indispensabilità dell’invenzione per una nuova visione dell’Europa sorretta dal “patimento del vivere e convivere” che “potrebbe inverare le tre parole che Simone Weil fece proprie: verità, giustizia e bellezza” (Sala) si sono soffermate diverse relatrici spaziando dalla necessità di “rilanciare la scommessa sul simbolico” senza “essere risucchiate nella supplenza alle istituzioni” (Patanè); alla necessità di “inventarsi una propria strada … senza fare scomparire nel “comune” le singolarità relazionali” (Nappo). Il che significa “prendersi in mano la propria vita senza nessuna garanzia, delega contando su mediazioni reali in carne e ossa” (Colombo), “partendo dai microcosmi dei luoghi in cui si abita” (Franchi).

Elementi imprescindibili per la buona riuscita sono “il lavoro politico che si fa con l’arte” (Ricci) e l’uso costante della “lingua sessuata che sappia mettere in relazione con l’Altro” (Paolozzi). Una lingua capace di “creare un legame forte tra noi, la nostra pratica e il mondo intorno (Dioguardi); che “rafforzi la singolarità per impedire che emerga sempre il collettivo neutro indifferenziato” (Minguzzi). Singolarità intesa anche come “valorizzazione delle competenze femminili” nelle professioni che possono “rappresentare il canovaccio concreto della costituente dell’Europa che vogliamo” (Bottero).

Da dove trarre l’energia perché una civiltà nuova accada? Come equilibrare lo sconforto con la fiducia senza cadere nella depressione?” (Franchi).

Una risposta giunge da Sala: “Tramite l’accettazione della singolarità in luogo dell’omologazione; di una interdipendenza in luogo dell’onnipotenza … passando dagli atti di dovere agli atti d’amore disinteressati”.

“Una civiltà nuova ma antica di spirito” che ben si adatta alla civiltà mediterranea in cui ci si considerava “parte di un tutto e non i padroni del tutto” (Tarantino).

Di fronte “ai bisogni elementari di mera sopravvivenza, come pane acqua, vestiti, coperte che i migranti pongono e a cui la politica non è più abituata a dare risposte, non resta che contrapporre quello che Butler chiama capacità performativa del corpo. Tecniche di sopravvivenza che le donne delle antiche comunità mediterranee agivano “orientate solo da un vago senso di giustizia e dall’esperienza del corpo” (Modica). Una capacità che comporta “fare spazio all’Altro come condizione necessaria per combattere l’ingiustizia” (De Fazi).

Tutto questo non è indolore. “Aprire il varco per fare entrare, va bene, ma al momento fa un gran male. La ferita provoca dolore e sanguina”. Dobbiamo imparare da coloro che malgrado divieti, recinzioni e barricate “fanno il salto per fuoriuscire da questa situazione”, consapevoli di “farsi male” (Stella).

Da qui la proposta di “dichiarare aperta una fase costituente in Europa nella quale misurare  le differenze di pensiero con altre simili e diverse sul declino delle civiltà del mondo … mettendo a tema la civiltà dell’essere due nel mondo” (Bonfiglioli).

 

L’Europa delle Città Vicine a cura di Loredana Aldegheri, Mirella Clausi, Anna di Salvo, edizioni Mag, pag. 157, euro 8,00

 

 

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Gisella Modica

Sono nata nel 1950, vivo a Palermo, una figlia archeologa precaria, un marito, una gatta in casa, diversi in giardino. Mi sono fatta il ’68, nel ’75 ho detto addio alla doppia militanza e sono diventata femminista. Mi sono fatta tutte le manifestazioni, a partire dal salario alle casalinghe, fino a SNOQ, e tutti gli Otto Marzo, anche se non ci credevo. Sono stata candidata, poi ho detto basta! Voglio solo leggere e scrivere per cambiare il mondo. Femminista sono tuttora, molto vicina al pensiero della Comunità Diotima di Verona. Dal ’93 faccio parte della redazione della rivista Mezzocielo, bimestrale di donne autogestito, fondato nel ’92, dopo le stragi di Falcone e Borsellino, e del direttivo dell’associazione Biblioteca delle donne UDI Palermo, fondata nel 1948. Ho condotto laboratori di narrazione con donne adulte poco scolarizzate e in alcune scuole. Per Stampa Alternativa ho pubblicato Falce, Martello e cuore di gesù, e Parole di terra, tratto da un laboratorio di narrazione con le donne di un antico quartiere di Palermo. Ho pubblicato diversi racconti e saggi su riviste e antologie.

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