INTERVISTE/ La forza e la speranza. Mai Masri, regista palestinese

Alessandra Mecozzi, 11 luglio 2017

Pubblicato su Leggendaria n.123

Conoscevamo Mai Masri come documentarista (ricordo il bellissimo Frontiere dei sogni e della paura, sull’incontro tra adolescenti dei campi di Chatila in Libano e Deishe in Cisgiordania). Il suo primo lungometraggio: 3000 notti, è stato proiettato in anteprima nazionale a Roma il 15 marzo all’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico e, dopo un primo diniego, al Teatro Palladium.

Il film narra la storia di una giovane insegnante palestinese, Layal, che finisce in prigione negli anni Ottanta perché sospettata di complicità con un ragazzo, a cui ha dato inconsapevole un passaggio, accusato di aver attaccato un check-point militare. Rifiuta il suggerimento del marito di mentire, accusando il ragazzo di averla minacciata per farsi dare il passaggio. Questo rifiuto le costa una condanna a 8 anni di prigione: qui scoprirà di essere incinta, qui farà nascere incatenata al letto il suo bambino, qui lo farà crescere. La bellezza del film mi ha spinto a conoscere la regista.

Mai Masri è nata ad Amman, da padre palestinese e madre americana nel 1959. Vive a Beirut, dopo aver compiuto gli studi di cinema a San Francisco. Dal 1982 ha cominciato la sua attività con Jean Chamoun, cineasta libanese, diventato suo marito e padre delle loro figlie, Nour e Hana. Negli anni Ottanta, quelli dell’invasione e occupazione israeliana del Libano, del massacro di Sabra e Chatila, ha realizzato documentari sulla guerra e i profughi. 3000 notti è ambientato proprio agli inizi di quegli anni, ma girato molto dopo.

Perché questa scelta?

«La storia del film è vera e risale alla prima Intifada; mi è stata raccontata a Nablus, mia città di origine, nel corso di un incontro con donne che erano state in prigione negli anni precedenti. Ho scelto gli anni Ottanta per ambientare il film perché sono anni di guerra e di resistenza, quando cominciano grandi scioperi e in cui prende forza il movimento dei prigionieri politici nelle carceri israeliane. Il film parla di uno sciopero delle detenute palestinesi, attuato non solo come sciopero della fame, ma anche attraverso il rifiuto di cucinare per i guardiani della prigione e per i soldati. In quegli anni la resistenza ha prodotto alcuni successi.  Molte donne nel film riacquistano la libertà grazie a uno scambio di prigionieri: 5000 prigionieri e prigioniere palestinesi vengono liberati in cambio del rilascio di 6 soldati israeliani! Aggiungo che anche molti della troupe hanno avuto esperienza della prigione o direttamente o attraverso qualche familiare… È una esperienza che tocca profondamente in senso sia fisico che psicologico i palestinesi. Dal 1967, oltre 800.000 donne uomini bambini palestinesi sono passati per le prigioni. E nello stesso tempo l’esperienza dei limiti, delle costrizioni, dei muri fa parte della vita quotidiana sotto occupazione».

Mi sembra che ci sia molto altro insieme alla resistenza politica… donne che si riconoscono l’una con l’altra e creano legami tra loro. Layal, la protagonista, attraverso questo riconoscimento reciproco, sotto la violenza terribile del carcere e della tortura, costruisce la sua libertà di donna; il suo stesso voler tenere il bambino, contro tutti, a cominciare dal marito, appare una parte di questa costruzione di sé….

« Sì, hai colto lo spirito del film. Quando entra in prigione Layal, una giovane insegnante colpevole solo di aver dato un passaggio al ragazzo accusato di aver commesso un attentato, è schiacciata dalla paura e dalla violenza. Poi comincia a reagire: contro la crudeltà delle carceriere israeliane, contro la violenza dei militari che buttano gas nelle celle per spezzare lo sciopero, contro la sofferenza sua e delle sue compagne di cella. E reagisce anche cacciando il marito che, cinicamente, era partito per il Canada al momento della sua condanna a 8 anni. Rifiuta di dargli il bambino quando torna, come aveva rifiutato il suo consiglio di mentire per salvarsi. Layal sciopera con le altre. Ma è anche l’unica che interviene per aiutare una prigioniera israeliana che sta per morire di droga e che si salverà grazie al suo aiuto».

Un’altra cosa che mi ha molto colpito è l’alternarsi emozionante di immagini di grande violenza, angosciose, con altre di profonda tenerezza: l’uccellino che entra dalle sbarre, il bambino che impara a disegnare sul muro, l’anziana che lo bacia e lo benedice…

«Nour, il bambino, come tutta la storia, è reale: adesso ha quattro anni e non fa che disegnare sui muri di casa, tanto è stata indelebile quell’esperienza. La prigione è una metafora: quella della condizione di vita dei palestinesi sotto occupazione, ma è anche la rappresentazione della vita. Come hai visto ci sono pochi colori, perché in prigione è vietato portare colori. Ho girato il film in un carcere vero, in Giordania, per far capire che cos’è la prigionia. Nel film, come nelle vite, si incrociano destini umani, amore e tenerezza coesistono con la violenza e la sofferenza. Nella prigione come nella vita si sviluppa la solidarietà, che all’inizio sembra impossibile, tra prigioniere palestinesi e prigioniere israeliane. Al tempo del massacro di Sabra e Chatila questo è avvenuto davvero e fa parte della nostra storia. E ho voluto raccontarlo in modo veritiero, perché non ne vada perduta la memoria».

Per realizzare questo film ci sono voluti ben 5 anni! Quali sfide hai dovuto affrontare?

« La prima, determinante, è stata trovare fondi per produrre il film. La rappresentazione della realtà palestinese non piace molto, come sapete [in prima battuta la proiezione del film, come altri al cinema Aquila, è stata vietata dall’Università di Roma3, come è avvenuto per altre iniziative sia al Comune che alla Sapienza che in istituzioni pubbliche di altre città italiane n.d.r.] quindi è stato lungo e difficile trovare chi volesse finanziare questo film! Altra sfida è stata quella di girare nel deserto, e con un bambino. Quando si girano scene con un bambino non puoi ripeterle, bisogna cogliere la realtà dei suoi bisogni e delle sue espressioni: quando lo vedete dormire, è perché dormiva, e lo stesso quando ride, quando piange, quando disegna…»

Fin dall’inizio, hai scelto il cinema come strumento di resistenza, memoria, presa di coscienza. Secondo te anche la nuova generazione condivide questo sentimento e usa il cinema in questo modo?

« Assolutamente sì.  E sono orgogliosa del fatto che le donne giovani in modo particolare si rivolgano al “mezzo” cinema. Pensa che le giovani registe ormai superano il 50% del totale. E un fatto molto significativo della nuova generazione è che punta molto alla ricerca di nuovi linguaggi filmici, come c’è anche molta ricerca musicale. A Gaza, dove il 70% della popolazione è giovane, la musica è uno strumento molto amato, di resistenza alle costrizioni in cui sono obbligati a vivere, in quella che viene definita la prigione più grande del mondo. Moltissimi giovani vogliono apprendere e fare musica, anche con la ricerca di nuove tecnologie. Io penso che la creatività sia uno strumento di resistenza essenziale, perché consente l’espressione e la conservazione della identità di un popolo. La cultura crea resistenza e speranza. Oggi la politica è bloccata, la cultura è molto più avanti. So che un film non può cambiare la realtà, ma può, spero, aprire il cuore e la mente di molte persone. Per me la cosa più importante è rappresentare la verità di quelle donne sulle cui storie si basa il film».

Piani per il futuro?

«Non vorrei parlarne, posso solo dire che mi piacerebbe realizzare il seguito di 3000 notti…

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  • La prima di 3000 Notti è stata ospitata al Toronto International Film Festival. Il lungometraggio è poi stato proiettato in molti altri festival importanti, come Busan, Londra, Tallinn, Stoccolma, Goa e Dubai. Ha ricevuto molti riconoscimenti a livello internazionale: The Audience Award a Valladolid in Spagna e lo Jury Award al Women’s Film & Television Showcase (TheWIFTS) a Los Angeles. 

Filmografia

2015 – 3000 Nights
2007 – 33 Days
2006 – Beirut Diaries
2002 – Rêves d’exil
2001 – Frontiers of Dreams and Fears
1998 – Children of Shatila
1995 – Hanan Ashrawi, une femme de son temps
1992 – Rêves suspendus
1990 – Children of Fire
1988 – Beyrouth, génération de la guerre
1986 – Fleur d’ajonc
1986 – Wild Flowers: Women of South Lebanon
1983 – Sous les décombres

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Alessandra Mecozzi

già responsabile internazionale Fiom-Cgil per 15 anni

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