“Ho ucciso il maiale”. Storia di Maria F., ribelle e pazza

di Clotilde Barbarulli, 1 luglio 2017

 

Ricordo ancora l’emozione provata – negli anni settanta – con i libri di Phyllis Chesler e di Giuliana Morandini sul nesso donne e pazzia, perché legato al trovarsi incasellate in costruzioni identitarie subìte, mentre la psichiatria si rapportava alla donna con regole istituite sulla base di pregiudizi, stereotipi di ruolo e convenzioni morali. L’ambito della donna era quello dell’angelo del focolare, figlia ubbidiente, buona moglie-madre: chi osava varcare questi confini era fuori norma, non a caso nel femminismo prorompe il corpo femminile perché non fosse più – in varie forme – espropriato, usato, addomesticato, violentato. Come notava Franca Ongaro Basaglia l’essere nata donna in una cultura che la considerava “corpo per altri (per l’uomo e per la procreazione)”, costituiva il denominatore comune delle internate, pur restando le differenze di classe.

Anche il libro di Stefania Ferraro, La semimbecille e altre storie. Biografie di follia e miseria: per una topografia dell’inadeguato, è coinvolgente in un approccio rigoroso che non esclude la passione: la ricercatrice incontra per caso la vita di Maria F. attraverso il regalo di una perizia medico-legale ottocentesca trovata in una bancarella di libri usati, e decide di raccontarla sulla scia di Foucault per far emergere dai documenti ogni singolo frammento di vita nel contesto sociale. L’esistenza di Maria, una contadina, figlia di coloni nel pesarese, a Sassocorvaro, viene infatti appiattita nella trascrizione secondo i canoni lombrosiani e definita “semimbecille” dopo aver “assalito” con il mattarello il suocero, che muore per le ferite.

La “storia… giunge tra le mie mani – racconta l’autrice – proprio mentre mi ritrovo immersa in biografie di povertà e follia” a Napoli, svolgendo un’etnografia presso i senza fissa dimora. Ed è per questo che si convince della necessità di parlarne, perché Maria è il “caso infame” che insieme alle “storie scellerate del presente” consente di dimostrare che, ieri come oggi, “i meccanismi di incasellamento sociale delle vite disfatte dalla miseria agiscono attraverso processi di costruzione sociale della patologia”. La vita di Maria si colloca nel processo di moralizzazione del popolo, che dalla fine dell’Ottocento “si traduce anche in una straordinaria fiammata di repressione del vagabondaggio nei paesi dell’Europa di allora”, mentre la scienza si affanna a costruire mappe e categorie per regolamentare il normale e il patologico. La sua storia ci ricorda che, di fronte ad atti di ribellione, il potere può sempre ricorrere ai meccanismi di produzione di follia per ripristinare l’equilibrio familiare che necessita di costanti processi di demarcazione dei ruoli: l’uomo è produttore di reddito, la donna cura la casa ed è sottoposta alla sua autorità.

In particolare le forme patologiche della donna, a partire da Lombroso, sono sempre riportate alle fasi biologiche e sessuali sicché i crimini attribuibili – quali l’aborto, l’infanticidio e l’adulterio – sono tutti fatti sociali che ruotano intorno ai dispositivi sessuali. Ed infatti nel libro è rievocata anche la figura dell’isterica insieme alle teorie mediche in merito. Maria F. è definita matta dal lombrosiano dottor Piazzi perché oppone resistenza alla violenza del suocero, rompe l’ordine familiare, e viene così considerata incapace di gestire le pratiche seduttive di un uomo, in quanto affetta da mania impulsiva puerperale. La storia di Maria – ricostruita con attenzione attraverso perizie, cartelle, esami, interviste a Sassocorvaro – evidenzia che le ripetute molestie del suocero non saranno mai prese in considerazione proprio per il bisogno sociale di etichettarla come pazza, anche se aveva gridato di aver “ucciso il baghino (maiale)”.

Analizzando il caso paradigmatico di Maria, colpevole di essere povera e analfabeta, l’autrice intende mettere in luce come quei meccanismi di potere, che trasformano una donna in una folle, agiscono ancora attraverso alcune biografie dell’oggi: “ora più che mai, bisogna ridare parola a Maria, perché su questa vita sono stati compiuti i primi esperimenti di gestione totale dei corpi in nome di logiche socio-economiche”, ed è grazie a quelle sperimentazioni che poi il sistema finanziario liberista riesce a penetrare in modo capillare in tutti gli strati della società, della natura, della persona. Per moltiplicare il profitto deve infatti “abbracciare ogni momento dell’esistenza , dalla nascita alla morte o all’estinzione”, come avviene per Maria, di Titina, Liliana e tutti gli altri infami di cui parla il libro.

La separazione fra vite degne e vite miserabili è una strategia volta a punire le seconde, senza agire – sottolinea giustamente Ferraro – “sulle cause della povertà, che è funzionale allo sviluppo del sistema capitalistico”. Oggi, con l’acutizzazione delle politiche di smantellamento del welfare state, le strategie governamentali e punitive della povertà e della marginalità non ricorrono alla reclusione, ma confinano il soggetto deviante nello spazio familiare o lo spingono verso strutture assistenziali private. Se il liberismo si propone di ‘fabbricare libertà’, necessita anche di controllare la capacità del singolo ad essere responsabile, stabilendo, attraverso la medicalizzazione, una gerarchia: cosi , conclude l’autrice, le vite raccontate formano “una topografia dell’inadeguato rispetto ai canoni di libertà definiti dal potere”. Non sono vittime ma soggetti resistenti in un contesto di “erosione nei confronti dei momenti di socializzazione delle problematiche” economiche, lavorative, politiche.

Stefania Ferraro, La semimbecille e altre storie. Biografie di follia e miseria: per una topografia dell’inadeguato, Meltemi 2017, pp. 367, ill. euro 28,00

Giuliana Morandini, …e allora mi hanno rinchiusa. Testimonianze dal manicomio femminile, Bompiani 1977

Phyllis Chesler, Le donne e la pazzia, Einaudi 1977

Franca Ongaro Basaglia, “ Un commento”, in Chesler.

Cesare Lombroso e Guglielmo Ferrero, La donna delinquente, la prostituta e la donna normale, (1893), et al 2009.

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Clotilde Barbarulli

Clotilde Barbarulli collabora attivamente con associazioni quali il Giardino dei Ciliegi di Firenze, la Libera Università Ipazia, la Società Italiana delle Letterate. Si occupa di autrici contemporanee fra lingue e culture e di scrittrici '800/900. Tra le sue pubblicazioni: con L. Brandi, I colori del silenzio. Strategie narrative e linguistiche in Maria Messina (1996); con M. Farnetti, Tra amiche. Epistolari femminili tra Otto e Novecento (2005); con L. Borghi Visioni in/sostenibili. Genere e intercultura (2003), Forme della diversità. Genere, precarietà e intercultura (2006), Il Sorriso dello Stregatto (2010)."Scrittrici migranti: la lingua, il caos, una stella" (ETS 2010),
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2 Comments
  1. Annacarla Valeriano

    Questa fotografia utilizzata a corredo dell’articolo fa parte della mostra “I fiori del male donne in manicomio nel regime fascista” a cura di Annacarla Valeriano e Costantino Di Sante e realizzata dalla Fondazione Università degli Studi di Teramo che detiene i diritti. Dovete citare la fonte per esteso, altrimenti rimuovere immediatamente la foto, visto che è utilizzata in un contesto diverso da quello in cui è inserita

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