Agire in soggettiva, pensare in relazione

di Anna Maria Crispino, 4 giugno 2017

Una messa a punto, quanto mai opportuna, dello “stato dell’arte” del femminismo italiano: il volume di Cecilia D’Elia e Giorgia Serughetti Libere tutte risponde a una necessità di chiarezza e di riformulazione delle domande in una fase di conflittualità interna al movimento su temi decisivi della politica delle donne: la maternità – o non maternità – alla luce dell’intera vicenda dell’aborto ma anche dei nuovi scenari prodotti dalle tecniche di riproduzione assistita e della Gestazione per altri/e (Gpa, o surrogacy); il matrimonio e il perdurante mito della complementarietà nella coppia; la prostituzione, nel quadro più ampio delle sempre più diffuse pratiche di scambio sesso-denaro, e la ormai annosa questione del velo come cartina di tornasole del rapporto con l’alterità problematica rappresentata dall’Islam in una fase di derive identitarie e di crescenti fenomeni nazionalisti e populisti.

Punto di forza dell’intero libro è la capacità di disegnare il quadro e le prospettive delle singole questioni senza perderne le reciproche connessioni interne, così da fornirne – a chi c’era già negli anni Settanta e a quelle/i venute dopo – una ricostruzione dinamica attraverso un doppio movimento: la ricostruzione sul piano sociale, giuridico e simbolico di ciò che abbiamo alle spalle e l’attualità di un presente che tiene conto dei mutamenti avvenuti dentro e fuori il femminismo, nelle soggettività agenti e nel contesto. Un’operazione teorica di pregio, in cui D’Elia e Serughetti riescono a mantenere una qualità di scrittura di grande chiarezza, piana e avvincente senza essere mai approssimativa e, soprattutto, senza ridurre il livello di complessità della materia affrontata.

Tutte questioni che le autrici esaminano assumendo un punto di vista molto preciso: la libertà, misura e criterio dell’analisi e della proposta politica. Un termine, quello di “libertà” che è certo un concetto storicamente mutevole, ideologicamente e politicamente assai malleabile, ma che nel loro testo è innanzitutto una pratica che va sempre tarata a ridosso dell’esperienza e fortemente legata ai contesti. La libertà, qui per le donne, come categoria che non è soltanto l’esito dell’assunzione piena del concetto femminista di “autodeterminazione” così com’era emerso nella lunga battaglia sull’aborto, ma come capacità di uscire singolarmente e collettivamente dalla dicotomia che divide le donne tra “vittime” da tutelare e soggetti che esercitano una autoaffermazione priva di vincoli mettendo a valore anche il proprio corpo. Vale a dire tra soggetti sempre bisognosi di paternage (o maternage) – quindi non effettivamente liberi né consapevoli e responsabili delle loro scelte – e soggetti che rischiano di aderire «al mito neoliberale dell’individuo proprietario di sé», espressione della «irrealistica pretesa di un’assoluta indipendenza» (pp. 29-30).

Libere tutte è dunque soprattutto un libro di domande, che apre uno spazio di interlocuzione tra opposti schieramenti: «Interroghiamo la nostra eredità e il nostro presente a partire da noi, soprattutto dal continuo confronto con altre donne» (p. 41). Interrogarsi significa esattamente non arroccarsi su “verità” spesso astratte e/o ideologiche, aggiornare continuamente le mappe dei nostri saperi, scandagliare anche le nostre ragioni e i nostri sentimenti evitando con cura consapevole l’autoreferenzialità. Non a caso, un termine ricorrente nel testo è “ascoltare”: un’arte assai difficile da praticare, che implica a volte l’esercizio del tacere e quello dell’attesa paziente della parola dell’altra. E che soprattutto comporta una piena assunzione delle implicazioni politiche del “partire dall’esperienza” e della coscienza di “essere in relazione”.

Prendiamo la spinosa questione della Gpa – fenomeno su cui si discute dagli anni Ottanta – ma che in Italia è venuta prepotentemente alla ribalta nel corso del dibattito che ha portato alla legge sulle Unioni Civili (2016). Questione che ovviamente ha a che fare con la maternità e con le tecniche di riproduzione assistita. Ma, chiariscono le autrici, è importante tenere in mente che «non è una tecnica, ma una relazione tra più soggetti», anche se le procedure biomediche possono a volte entrare nel processo. Benché nessuna pensi «che ci sia un diritto alla Gpa», sui media, e in particolare sui social, sembra darsi per scontata il conflitto tra due fronti pro-surrogacy e anti-surrogacy, spesso riducendo l’estrema complessità di una scelta dove si affollano una molteplicità di figure ad un secco «i figli non si vendono» contro «del mio corpo anche riproduttivo posso fare ciò che voglio». Peraltro, la polemica si dimostra particolarmente rovente quando in gioco ci sono coppie di maschi omosessuali, accusati di voler aggirare o ridurre a insignificanza la madre, dimenticando che la stragrande maggioranza delle coppie che si rivolgono ad una madre portatrice sono eterosessuali. La pratica della Gpa è esplicitamente vietata in Italia, quindi nella pratica la questione riguarda un numero molto limitato di coppie che possono concedersi la possibilità di andare all’estero. Ma il punto non è questo: in gioco è come far interagire la pluralità di soggetti implicati – madri surrogate/surroganti/gestanti/portatrici, ovodonatrici, madri intenzionali, madri biologiche e madri giuridiche, con le corrispondenti figure maschili (per quanto possibile nella differenza di posizione tra donne e uomini) – senza togliere a nessuno di questi soggetti la possibilità di agire consapevolmente e responsabilmente in quanto tali. Senza tornare al modello unico di ciò che sarebbe “naturale” e dunque “normale” nel campo della procreazione, senza bollare come vittime di sfruttamento tutte le donne che accettano/scelgono di essere portatrici, senza invocare un divieto universale della Gpa in nome di una presunta “dignità della gestazione” cui attenterebbero le donne stesse, perché inconsapevoli, o sfruttate, dunque ritenute non libere.

Tra proibizionismo e ultraliberismo – vale a dire tra la difesa dello status quo patriarcale che assume il “biologico” come sua misura, e l’inserimento della surrogacy nell’ambito della contrattualità e del mercato – non si tratta di scegliere una “terza via”: per il femminismo, i femminismi, uscire dal binarismo di queste due ipotesi implica uno spostamento netto in direzione della soggettività di tutte facendo perno sul consenso consapevole della madre portatrice. La scelta spetta a lei: «Ci vuole un corpo femminile per venire al mondo, e non è un semplice e neutro contenitore. Questo corpo femminile è quello che va prioritariamente interrogato e ascoltato. È attorno a questa soggettività che si strutturano le diverse relazioni […] Se stabiliamo che è primariamente della gestante la libertà di scelta e la responsabilità della gravidanza, sua deve essere anche la possibilità di cambiare idea, lungo tutto il percorso che porta alla nascita, ma anche per un periodo di tempo definito dopo il parto».

Interrogare e ascoltare, dunque: non è solo una questione di metodo, bensì di contenuti, sostanza viva di una agency politica da non delegare. Personalmente ho sempre pensato che erigere barricate o scavare trincee di resistenza contro i cambiamenti che accadono sia il modo migliore per perdere la partita. Bisogna, come sostiene Rosi Braidotti, pensare a come essere all’altezza delle sfide del presente. E a prefigurare il futuro perché, come ci insegna quel genere eminentemente filosofico che è certa fantascienza a firma femminile, scienza e tecnica possono essere anche delle opportunità se non ci si limita a subirle o a contrastarle in modo conservativo. L’umano non è una forma data, «si fa, diviene e muta», scrive Caterina Botti: una affermazione semplice e incontrovertibile che, citata dalle autrici, mi sembra faccia da imbastitura forte e resistente nel volerci Libere tutte.

Cecilia D’Elia, Giorgia Serughetti ( a cura di) Libere tutte, Minimum Fax 2017

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Anna Maria Crispino, giornalista e saggista, ha fondato e tuttora dirige la rivista Leggendaria. Libri Letture Linguaggi. Attualmente lavora come direttora editoriale della Iacobelli editore. È tra le fondatrici della Società Italiana delle Letterate (SIL) di cui dal 2000 organizza, con altre, il Seminario estivo residenziale. Autrice di saggi sulle scritture e il pensiero delle donne, ha scritto e/o curato diversi volumi, tra i quali: Lady Frankenstein e l’orrenda progenie (a cura di, con Silvia Neonato, Roma: Iacobelli editore 2018); Dell’ambivalenza. Dinamiche della narrazione in Elena Ferrante, Julie Otzuka e Goliarda Sapienza (a cura di, con Marina Vitale, Roma; Iacobelli editore 2016); Oltrecanone. Generi, genealogie, tradizioni (a cura di, Roma: Iacobelli editore 2015). Ha tradotto e/o curato alcuni volumi della filosofa Rosi Braidotti, tra i quali: Trasposizioni. Sull’etica nomade (Roma: Luca Sossella editore 2008) e Madri Mostri e Macchine (Roma: manifestolibri 2005). Vive in un borgo su un lago molto bello, a volte spazzato dalla tramontana.

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