La ragazza del ’58

Nada Pesetti, 23 maggio 2017

Chi ha già incontrato Annie Ernaux, autrice di culto de Il posto, Gli anni, L’altra figlia, sa come nella sua narrazione si sovrappongano molti piani: il quadro sociale di un’epoca, lo scandaglio esistenziale, la riflessione sulla memoria, sull’immagine (la fotografia che se ne conserva), e quella sulla scrittura stessa. Che fatalmente nell’ultimo libro Memoria di una ragazza, convergono in una foto, la sua di diciottenne: “la ragazza della foto è un’estranea che mi ha lasciato la sua memoria in eredità”.
“Decostruisco la ragazza che sono stata”, quella vissuta tra le due, la “ragazza del ‘58” prima e la “ragazza di Londra” poi: l’intento dichiarato è la stesura di un libro, questo, sempre accantonato tra ossessione e rimozione, il “testo mancante”, di cui i libri precedenti sono solo pallida “approssimazione” . Per farlo, Ernaux sfoglia scene della memoria, tagliando i rami secchi, e jeans e sandali, canzoni di Dalida e film di Brigitte Bardot devono trovare il loro posto (“la memoria è una maniacale attrezzista di scena”) ma non renderla “l’affascinata spettatrice di un film privo di senso”. Avrebbe bisogno, per riuscire, di una sintassi che tenga insieme sessant’anni, il ’58, quello che la memoria ne restituisce e che lo sguardo duro e impietoso indaga, e gli anni di ora, secondo decennio dei duemila, con il giudizio che inevitabilmente, oggettivamente vi si sovrappone.
Altre volte ha tentato, ha iniziato, con urgenza, seguendo le date di una”scrittura-anniversario” o la smania di “tirar fuori i ricordi dalle scatole”, ma fino a quest’ultimo compimento, aveva desistito, rifiutato “il dolore della forma”. Perché la storia che indaga, quella della ragazza estranea che le ha lasciato l’eredità della memoria, è una storia di disagio, o almeno di un momento di disagio, un’estate, splendente e buia, come forse tante estati di adolescenti, e persino di violenza, con la prima esperienza sessuale, che resta unica e da cui esce negandosi a se stessa, “smarrita”, “una ragazza di pezza”, scissa tra un’emancipazione solo proclamata e la passività fatalista di quel-che-a-una-ragazza-deve-accadere.

L’indagine esamina le tante Annie, brava a scuola e insofferente a famiglia e cittadina troppo strette, scalpitante di joie de vivre alla colonia estiva, e insieme muta, passiva, umiliata, piena di vergogna, una vergogna incancellabile. Per cosa? Per il primo incontro sessuale con la sua brutalità o per l’amore inventato e immotivato con cui lo ammanta e lo incanta?

Con un’analisi al microscopio e al telescopio di una lontananza temporale ed esistenziale da quello che si è stati a diciotto anni, Ernaux dilata l’esperienza della scrittura, dichiara che scrive con lentezza “per far sentire la durata immensa di un’estate di gioventù nelle due ore impiegate a leggere un centinaio di pagine” (e ci riesce), con una intensità tale che la porta a essere il fantasma della ragazza diciottenne che è stata, “ad abitare il suo essere scomparso”, nella pervicace convinzione che la memoria sia, oltre che attrezzista di scena, “una forma di conoscenza”, al servizio di una “letteratura che cerca” e non si arrende.

Memoria di ragazza è anche il romanzo di formazione di una Annie che resta per due anni incagliata in una sorta di “glaciazione” dai cui lentamente uscirà. Incontra le mille pagine de Il secondo sesso di Simone de Beauvoir e ne è quasi “abitata”, ma non basta: “aver ricevuto le chiavi per capire la vergogna non dà il potere di cancellarla”. E continua a imporsi, a sovrapporsi un modello di “femminilità ostentata e intoccabile”, reinterpretando i canoni estetici e ribelli di Brigitte Bardot e Mylène Demongeot.

Il viaggio può concludersi quando Ernaux si trova davanti alla “ragazza di Londra”, alla se stessa ventenne che in un parco londinese, armata di quaderno, inizia un romanzo, che non finirà, ma che è l’approdo al porto della scrittura. Perché il “potere della scrittura”, dono e ossessione, è irrinunciabile.

Annie Ernaux, Memoria di ragazza, traduzione di Lorenzo Flabbi, L’Orma, 2017, pp. 236,

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Nada Pesetti

fotografa e poeta, vive a Genova

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