Il femminismo visto dal margine

di Gisella Modica, 16 maggio 2017

Cosa comporta parlare di femminismo partendo dall’America latina, da un luogo marginale dell’impero globale?

Un continente con la redistribuzione più disuguale del mondo dove la maggioranza della popolazione è privata della terra e la produzione agricola è nelle mani di 6 imprese transnazionali proprietarie di semi e grano, come più volte denunciato da Vandana Shiva, e dove più vistoso è il fenomeno della femminilizzazione della povertà.

Un continente dove, al contempo, i movimenti di resistenza più recenti coinvolgendo categorie sociali le più disparate e disperate – i senza volto del Messico, i senza terra del Brasile, gli innumerevoli senza tetto, migranti, anziani e bambini di strada “cioè gli esseri umani extra-numerari per il sistema capitalista mondiale” – dalle loro posizioni marginali sono capaci di mettere in crisi il sistema capitalista mondiale.

La domanda posta nel saggio Idee femministe latinoamericane di Francesca Gargallo, scrittrice, filosofa, giornalista e storica delle idee, di origine siciliana che vive in Messico, tradotto e curato da Giovanna Minardi, nasce dalla necessità di una collocazione e definizione delle teorie e delle pratiche del femminismo latinoamericano “caotico ma per questo molto vivo” “per non cadere in un pluralismo, in uno stare unite senza che vi sia motivo che dia senso a questa unione”.

Ma nasce anche, specifica l’autrice, per il suo apporto ad oggi non riconosciuto al femminismo mondiale in merito alle riflessioni sull’intreccio tra razzismo, colonialismo, esclusione sociale e violenza di genere “come fenomeni che si rinforzano tra loro in quanto poggiano sullo stesso meccanismo di gerarchizzazione” e per le conquiste riguardo all’immaginario femminile, “alla nuova immagine di sé che implica la volontà di voler rivedere la propria presenza nella storia, il non riconoscersi nel genere a cui si è state assegnate”.

La domanda iniziale è di grande attualità, oltre che utilità, se accanto alle motivazioni esposte dall’autrice consideriamo che la recente ondata del femminismo europeo e statunitense ha preso le mosse proprio dalla rete Ni Una Menos contro l’ennesimo femminicidio di una ragazza in Argentina, il 17 ottobre scorso e la cui sigla, come ben sappiamo, è poi migrata in Italia con la manifestazione del 26 novembre dando vita a una nuova ondata di femminismo “intersezionale e inclusivo”. D’altro lato anche il termine femminicidio, si legge nel numero 120 di Leggendaria, è stato coniato da un’antropologa messicana e introdotto in Italia dalla giurista Barbara Spinelli.

Procedendo nella lettura del saggio, Gargallo evidenzia due tendenze del femminismo latinoamericano: una minoritaria organizzata in piccoli gruppi, non in dialogo tra loro, definite “femministe utopiche” autonome, distanti dal femminismo bianco governativo; e una più organizzata che comprende le istituzionalizzate, “specialiste in temi di genere”, che trova collocazione nelle ong e dentro le università, che non avanzano critiche strutturali al sistema.

Il femminismo che si delinea lungo le pagine del saggio è un movimento che si confronta con la sfida al neoliberismo mondiale e alle politiche delle agenzie internazionali, influenzato dalle cosmovisioni indigene, dalla lotta per il riconoscimento della loro identità, per l’appartenenza della terra alla comunità. Un femminismo attento di conseguenza alle istanze delle lavoratrici in lotta contro i padroni delle maquillas, alle sorti delle ispanoamericane uccise sulla frontiera tra Messico e Stati Uniti, alle madri dei detenuti e dei desaparecidos, alle migliaia di donne morte a causa di aborti e di femminicidio, fenomeno che “risponde alla dinamica di naturalizzazione e normalizzazione della violenza maschile contro le donne sottomesse”, in vertiginoso aumento. Un movimento che, commenta l’autrice, sembra esprimersi di più attraverso l’azione sociale piuttosto che politica, le cui modalità risentono di una forma di colonizzazione maschile. Hanno contribuito, e in parte spiegano il suo diffondersi la presenza (in Brasile dal 1964, in Bolivia dal 1971, in Uruguay, in Cile dal 1973, e in Argentina dal 1976) di dittature di tipo militare. Molte femministe infatti provenivano o erano fortemente influenzate dai movimenti rivoluzionari degli anni sessanta, in primis da quella cubana. Spesso erano donne che avevano partecipato alla guerrilla e vivevano in clandestinità; oppure erano impegnate nella doppia militanza, e consideravano la liberazione sessuale secondaria e antirivoluzionaria. Fino a quando la violenza delle torture di carattere sessuale da parte della dittatura, costrinse molte militanti comuniste ad affrontare la specificità della loro condizione. Lo stesso avvenne in Guatemala, dove il femminismo aderì alla speranza rivoluzionaria, ma venne sterminato dall’onda neoconservatrice che ne seguì. Altro elemento di diffusione è stata la recrudescenza dell’attivismo cattolico negli anni ’50, che prese la sua forma più radicale nella Teologia della Liberazione le cui metodologie educative, pratiche, collettive e relazionali, pensate per adattarsi ai bisogni della realtà latinoamericana, sono state a sua volta adattate dalle attiviste femministe per includere temi come la sessualità, il diritto di famiglia, le relazioni tra genitori e figli, le relazioni di coppia, ma anche il riconoscimento sociale ed economico del lavoro domestico, da cui nacquero le cuoche di quartiere, gli asili rurali, le lavanderie popolari. “E’ impossibile concepire un corpus di conoscenza che non sia strettamente pratico” scrive Julieta Kirkwood una delle femministe più riconosciute. Il movimento delle donne latino americane, scrive Gargallo, registra di fatto milioni di piccoli atti di ribellione cosciente contro l’ordine esistente per la riappropriazione delle propria identità, che nel tempo hanno favorito il sorgere di una coscienza latinoamericana. Tra questi sono annoverati anche i gruppi di acquisto solidali contro gli alimenti transgenici, e contro le marche che sfruttano manodopera infantile; il rifiuto di guidare automobili costruite da imprese che fabbricano mine; gli atti contro la privatizzazione delle risorse naturali, l’acqua o il gas; contro il turismo transnazionale e il latifondo. Piccoli atti di ribellione che in Cile, per esempio, all’insegna dello slogan “democrazia nel paese, in casa e a letto” hanno evidenziato il nesso tra repressione pubblica e delegittimazione privata. Le più conosciute in Europa sono le associazioni di madri di detenuti/e e di desaparecidos, come le Madres, che seppur non si definiscono femministe hanno destabilizzato le dittature a partire dalla maternità e socializzando il dolore.

Ma tutti questi atti, scrive l’autrice, non vengono considerati “pubblici”, capaci cioè di costruire un’idea collettiva dell’agire femminile nel mondo ponendo la questione, anche da noi molto dibattuta, che attraversa quasi tutto il saggio, senza esaurirla, come fare diventare “universale” ovvero “elemento costitutivo dell’umanità” la differenza femminile “vista invece come qualcosa di contingente e aneddotico”.

Pur riconoscendo di aver appreso molto dal femminismo europeo e nordamericano con la scoperta negli anni ‘70 del partire da sé e della differenza non subordinata agli uomini (medemisità), le femministe latino americane non ne accettano l’imposizione egemonica rivendicando una soggettività epistemica, a partire dal corpo e dallo spazio condiviso; né si riconoscono nella categoria della “modernità emancipata” e dei diritti, dalle quali le indigene sono escluse per eccellenza, per via della concezione non lineare del tempo ma soprattutto a causa del razzismo sessista di matrice americana, e per molto tempo al termine patriarcato hanno preferito “neoliberismo o imperialismo”. Solo alla fine degli anni ‘90 alcune femministe hanno riconsiderato il neoliberismo mondiale come espressione ultima del patriarcato, costringendole a cercare connessioni tra violenza sui corpi femminili e violenza del potere.

Un ruolo non indifferente nella lotta al patriarcato, oltre quello assunto dalla letteratura su cui l’autrice si sofferma a lungo “come spazio di riflessione protofemminista” per l’importanza attribuita al corpo e “al posto che occupa nelle storie familiari, nazionali e continentali”, è quello agito attraverso “pratiche peculiari” diffuse di recente che riguardano l’attivismo di piccole case editrici autonome, le esperienze di viaggiatrici “a piedi, in moto e in bicicletta”, ma soprattutto il ruolo delle artiste plastiche e dell’arte in generale nei confronti di fenomeni come quello della maternità imposta e della schiavitù domestica “principali ostacoli alla creazione di un proprio spazio, non solo fisico”. Per molte donne nere e indigene, la maternità infatti è vissuta in condizioni a volte degradanti e frequenti sono i casi in cui giovani madri sono abbandonate da compagni e mariti.

Quello che se ne ricava alla fine del saggio è una mappa del femminismo latinoamericano frammentaria caratterizzata da “differenze che a volte dialogano, altre si scontrano, la maggior parte delle volte si negano”, la cui raccolta dati è resa difficile da un lato dalla condizione indigena e di genere che si sommano fino a confondersi, “entrambe recluse nello spazio degli sconfitti, privi di voce”. Dall’altro dalla impossibilità della ricerca di una genealogia femminile a cui fare riferimento, o da cui trarre ispirazione, per mancanza di fonti in quanto la storia delle indigene o è stata totalmente cancellata dai conquistadores, oltre che averle sterminate fisicamente, o i loro saperi sono stati inglobati nel sapere occidentale dalla lunga colonizzazione. Né aiuta la relazione “di natura colonialista tra indigene e femministe accademiche occidentalizzate, che usano gli stessi metodi con cui si costruisce il discorso egemonico”.

La lettura del lungo saggio suddiviso in dodici capitoli densi di note, nomi, date, riferimenti storici e filosofici, domande che stimolano riflessioni ulteriori, si rivela particolarmente utile in quanto favorisce la comprensione della genesi e l’imporsi anche in Italia, del femminismo intersezionale e inclusivo. Questo nuovo “soggetto imprevisto” che – come è avvenuto in Argentina dove le donne hanno operato la connessione tra lo stupro come arma di oppressione di massa e la loro posizione di inferiorità economica nella produzione della ricchezza e nella riproduzione sociale – ha coniugato “questione di genere e di classe” leggendo nella violenza, nella maternità come obbligo, nella criminalizzazione dell’aborto, nella precarizzazione della vita e del lavoro la reazione patriarcale al desiderio di libertà femminile nel mondo.

Mi chiedevo, giunta alla fine del saggio, se e in che modo le esperienze latinoamericane (argentine, cilene, cubane, venezuelane, messicane), così poco frequentate dal femminismo occidentale, potevano aiutarmi anche a superare la vexata quaestio tra femminismo e questione sociale che ho visto affiorare più volte tra le righe dei numerosi documenti diffusi da Non una di meno. Il pericolo che la seconda, il sociale, o meglio il suo spettro, e con esso la misura economica finisse per divorare o depotenziare il simbolico “quell’ambito dove si gioca l’articolazione tra corpo e parola, tra bisogno e desiderio, tra necessità e possibilità in quanto non esistono corpi muti, né parole disincarnate, a meno di non voler mettere in sofferenza entrambi” come scrive Federica Giardini. Perché se è pur vero che “donne e uomini vivono lo stesso presente” scrive ancora Giardini, diverse sono le memorie, diverse le genealogie. A partire dal fatto che “se la genealogia maschile deve fare i conti con il lutto per la centralità del lavoro che ha definito l’identità maschile stessa, quella femminile, uscita da una «cittadinanza incompiuta», ha appena elaborato un senso del lavoro al di là della divisione tra domestico e pubblico, tra produzione e riproduzione”.

Una indicazione mi è giunta durante la presentazione del libro a Palermo. Qui l’autrice ha fatto più volte riferimento alla riconoscenza nei confronti di Fatema Mernissi, della quale nel testo è riportata la frase “le donne, come tutti gli esclusi dal potere godono di una incredibile libertà di pensiero ma è spesso accompagnata da insopportabile fragilità”. Frase che mi ha riportato alla domanda iniziale “cosa comporta parlare di femminismo da un luogo marginale”, e che provo a sintetizzare tenendo presente, e non poteva essere diversamente, l’Elogio del margine di bell hooks, la sua indicazione della necessità di “riarticolare la base del patto collettivo”.

Il non riconoscersi nella “modernità emancipatrice” e nel diritto, categorie dalle quali le indigene, così come le donne del sud del mondo sono escluse “per eccellenza”, ha comportato, stando al saggio, a far guadagnare terreno alla letteratura, a partire dal riconoscimento della potenza creativa materna produttrice non solo di corpi-bambini ma di “strategie culturali contro discorsive” (Minardi); all’arte e alle “arti-attiviste” come le ha definite Gargallo: le artiste al servizio dell’attività sociale; e ancora al ruolo che stanno assumendo “le viaggiatrici” di connessione tra centro e periferia, tra città e campagna. Insomma allo spazio guadagnato dall’invenzione e dalla creatività “approfittando dell’assenza” dai luoghi del potere facendosi orientare nient’altro che dalla propria esperienza e dalla fiducia nell’altro/a. O come suggerisce Federica Giardini “possiamo ripartire dalla nostra memoria recente di ‘cittadine incompiute’ per entrare in relazione con l’esperienza viva e diretta di chi è ora espulso dall’equazione lavoratore-cittadino dotato di diritti o di chi, migrante, non vi è ancora contemplato”.

Un punto di avvistamento, quello di parlare dal margine, che tiene continuamente viva e alta la tensione tra questione sociale e simbolico, favorendone la spiralità. Tra storia personale e storia globale, senza ricadere nella protesta. O, per dirla con le parole di Gargallo “mentre lottiamo contro il femminicidio ci riprendiamo la letteratura”.

Francesca Gargallo, Idee femministe latino-americane, Arcoiris 2016, 204 pagine, 11,40 euro

 

 

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Gisella Modica

Sono nata nel 1950, vivo a Palermo, una figlia archeologa precaria, un marito, una gatta in casa, diversi in giardino. Mi sono fatta il ’68, nel ’75 ho detto addio alla doppia militanza e sono diventata femminista. Mi sono fatta tutte le manifestazioni, a partire dal salario alle casalinghe, fino a SNOQ, e tutti gli Otto Marzo, anche se non ci credevo. Sono stata candidata, poi ho detto basta! Voglio solo leggere e scrivere per cambiare il mondo. Femminista sono tuttora, molto vicina al pensiero della Comunità Diotima di Verona. Dal ’93 faccio parte della redazione della rivista Mezzocielo, bimestrale di donne autogestito, fondato nel ’92, dopo le stragi di Falcone e Borsellino, e del direttivo dell’associazione Biblioteca delle donne UDI Palermo, fondata nel 1948. Ho condotto laboratori di narrazione con donne adulte poco scolarizzate e in alcune scuole. Per Stampa Alternativa ho pubblicato Falce, Martello e cuore di gesù, e Parole di terra, tratto da un laboratorio di narrazione con le donne di un antico quartiere di Palermo. Ho pubblicato diversi racconti e saggi su riviste e antologie.

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