Dopo il materno. Un’altra bellezza è possibile

Giuliana Misserville, 12 aprile 2017

Ho trovato estremamente interessante e personalmente singolare rileggere per la seconda volta La pelle dell’orsa, di Roberta Mazzanti. A distanza di poco meno di tre anni dalla prima lettura. Un tempo relativamente breve ma per me un tempo segnato da forti cambiamenti. Questo per dire e spiegare la diversità tra le due letture. Se inizialmente infatti i due scritti contenuti nel volumetto mi erano sembrati da parte di Roberta un ripercorrere il materno nel tentativo (riuscito, pensavo) di stabilire una nuova alleanza; a una successiva e più recente lettura, questa nuova alleanza mi appariva come molto più complicata e incerta. È complessa infatti l’operazione che Roberta compie. E forse inconsueta.

Ho cercato di stendere un sommario elenco di tutti i memoir, i romanzi, le scritture di vario tipo, letti nel corso degli anni che avessero a tema il rapporto con la propria madre da parte di scrittrici e intellettuali. Simone de Beauvoir, naturalmente. Gisele Halimi. Colette, Annie Ernaux, e via di seguito. Tutte narrazioni, per così dire, che fanno i conti e pagano debiti “a babbo morto”. O più correttamente “a mamma morta”. Certo c’è l’eccezione Duras ma su la madre de La diga sul Pacifico vi sono verità divergenti e non credo che lo scritto di Roberta si collocherebbe sotto il segno di Duras. Roberta parla e scrive di sua madre quando lei è ancora bene in vita, ma sceglie di non darle voce (come invece la coppia madre-figlia Mariella Gramaglia – Maddalena Vianello che si danno voce a vicenda ne Fra te e me: Madre e figlia si scrivono: pensieri, passioni, femminismi), sceglie di parlare per lei e di raccontare lei, a sua madre, la vita di entrambe:

 

“In modo lento, pazientissimo, ho filato da allora un dialogo immaginario con mia madre, senza che lei ne sapesse nulla. Tuttora, il discorso con lei, è il centro di un sommovimento perenne, a volte leggero come un tremito nei gesti e nelle voci, altre volte devastante come un terremoto pauroso”.

Esercizio difficilissimo, perché questo togliere voce sembra sospingere verso un armistizio che potrebbe avere il sapore di pace imposta a un “nemico” non più in grado di belligerare. Invece Roberta è brava a deporre le sue di armi e a presentarsi disarmata all’incontro con la madre, col materno. In ballo c’è una necessità interiore forse indefinibile ma non per questo meno capitale nel rapporto tra le due donne; come scrive Elena Ferrante ne La frantumaglia, che Mazzanti riprende:

“Ma la sfida non è tanto quella di confessare: a questo siamo fin troppo abituate…si tratta piuttosto di riuscire ad “afferrare ciò che giace silenzioso sul fondo di me, quella cosa viva che, se catturata, si spande per tutte le pagine e gli dà anima”. (

Nel frattempo Roberta è passata attraverso innumerevoli specchi, trovando sempre meno avvincente il gioco dell’interrogarsi sulla più bella del reame. La bellezza che “complicava il dissidio tra maschi e femmine” ha mostrato il rovescio della medaglia:

“Mi sentivo incalzata dal peso della bellezza, espropriata di una mia qualità che avrei dovuto assimilare gradualmente per trarne forza e felicità, mentre al contrario la maneggiavo in pubblico come un artificiere inesperto che rischia di saltare in aria” .

La bellezza, scrive Roberta, è una forma di potere fra i sessi, ma quel corteo di ossessioni e insicurezze giovanili era stato disperso da un esercizio collettivo potente: “nel femminismo, un gruppo di donne produceva un’alchimia di reciproche seduzioni che trasformava l’invidia in ammirazione, seppure lasciando un piccolo resto non assimilabile, un minimo elemento tossico che allora potevamo trascurare”.

Su quanto subdolo e nefasto fosse questo “minimo” elemento tossico potremmo io credo a lungo discutere, dal momento che le associazioni che abbiamo in questi anni contribuito a creare e a far crescere sono state dolorosamente attraversate da conflitti a volte insanabili. Ma non è questo il punto. Se il gioco davanti alla spinta vitale di eros era quello che mutuava dal materno il conflitto davanti allo specchio, questo si spandeva a contaminare anche le relazioni con altre donne. Non a caso, il dialogo con la madre viene definito da Mazzanti “lo strumento per confrontare ogni altra relazione con le donne “.

Passato il tempo delle promesse che la bellezza recava in quanto seduzione (e mi viene in mente il bellissimo film di Elia Kazan Splendore nell’erba), la pacificazione registrava e incassava l’appannamento della bellezza e il ritiro di eros. È questa la pacificazione che Roberta ci offre, offrendola a sé e a sua madre? Me lo sono a lungo chiesta interrogandomi, sulla scorta dei vari Bobbio e Strout e anche nel corso del seminario che come gruppo della SIL abbiamo dedicato ai passaggi di età e nel volume dallo stesso titolo, sui conforti che il passare degli anni può offrire quando si è ancora in buona salute. La risposta l’ho trovata in una mattina passata al Campidoglio, nel corso di una commemorazione. Lì, tra un pubblico di amici e amiche convenuti a ricordare le tante battaglie condivise, malgrado la bara al centro del salone, dalle persone che si muovevano attorno, dalle donne venute a salutare per l’ultima volta l’amica, da quei corpi saturi di vita, di progetti riusciti e non, di scritture, di lotte politiche, di amori forse, emanava un senso di pienezza che disegnava davanti ai miei occhi un altro tipo di bellezza e di eros e che nulla aveva a che fare con la pacificazione data dall’assottigliarsi della patina dell’avvenenza . La bellezza di abitare la propria vita – possiamo dire, seguendo la falsariga di Buttarelli, da sovrane ? O da Artemidi signore delle bestie  come nel museo di Efeso descritto ne La pelle dell’orsa? E non più espropriate (come sottolineava Roberta di sentirsi negli anni della giovinezza) del potere su di sé. Abitare la propria vita e restituirla come possibile esorcismo della morte. Attitudine che, per Roberta, affonda le radici ancora nell’eredità materna.

“Ma lei mi aveva mostrato, in tanti modi che facevano parte della quotidianità e senza eroismi compiaciuti, la preziosità delle sue cure: con gli anziani in famiglia, con l’allegria in compagnia dei bambini, con la bellezza delle case che le piaceva modificare – anche quando non c’era da traslocare, ci impegnava a spostare con lei i mobili e a cambiare spesso scenario, ad abbellirlo” .

Questo arredare e spostare e modificare la propria casa diventa metafora di altri spostamenti in cui lo spazio modificato è sì lo spazio esterno ma soprattutto lo spazio interno (divisione cui accenna anche Roberta ) del proprio sé. Alla ricerca di una.. verità interiore, quella che tenta di far coincidere (per quanto è umanamente possibile) il corpo desiderato con il corpo posseduto. Io li interpreto, e li vivo più facilmente man mano che gli anni passano ed entro nella vecchiaia, come il “profondo” e il “superficiale”, che coesistono in un unico corpo. “..corpo in cui mi sistemo più comoda che nelle età precedenti (p. 36)”

Le donne radunate in Campidoglio mi sembravano portatrici di questa conoscenza profonda del proprio corpo e della propria vita ed erano semplicemente se stesse. Non più figlie, non più madri. Quello scenario non prevedeva più rapporti verticali come quelli posti dalla relazione madre-figlia, ma l’orizzontalità dell’attenzione reciproca. L’alleanza col materno di cui dicevamo all’inizio, lascia quindi piuttosto il campo a una sorta di dissoluzione del materno: solo a questo prezzo sarebbe possibile il riconoscimento reciproco tra donne. È una mia ipotesi ma anche una domanda che provo a rivolgere a voi e a noi tutte.

E sono grata alle pagine di Roberta, così dense e ricche di letture molteplici perché ci regalano un’altra figura (personaggia lo accetti, Roberta, per una narrazione così intima?) di donna, di donna e non di madre, che resta incisa nella memoria per quella sua anima di gatta selvatica.

Roberta Mazzanti, Sotto la pelle dell’orsa, Iacobelli 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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