Di che cosa parliamo quando parliamo di politica?

Anna Maria Crispino, 6 marzo 2017

dal n. 121 di Leggendaria

In un articolo sul New Yorker all’indomani della vittoria di Donald Trump alle elezioni americane, la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichi – autrice, tra l’altro, di Dovremmo essere tutti femministiha posto al campo democratico e progressista una domanda semplice: «Di che cosa stiamo davvero parlando?». Una domanda politica sullo stato del dibattito politico in corso negli Stati Uniti, dove lei da tempo vive e insegna. Dibattito che, a suo avviso, dovrebbe fare un salto di qualità imparando a migliorare la nostra capacità (l’arte, dice letteralmente) di porre delle domande. Perché «la vittoria non assolve» il vincitore e le «false equivalenze» tra le diverse posizioni in campo sono fuorvianti e dannose (oltre che il sintomo più vistoso della crisi del giornalismo). Bisogna, conclude, evitare in ogni modo che venga spostato il confine tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, cedendo anche di poco alla retorica dei vincitori. Non lo dice nei nostri termini, ma quello che è in corso – negli Usa e in tutto l’Occidente – è uno scontro in cui se il campo progressista accetta di scendere sul terreno dell’avversario, assumendone contenuti e forme del discorso, si avvia a sicura sconfitta.

Fare domande: è, credo di poter dire, nel nostro piccolo, il filo più robusto e tenace che ha orientato le scelte e la riflessione di Leggendaria nei 20 anni di pubblicazioni che abbiamo alle spalle. Forse, proprio il tentativo di esercitare questa “arte” ci ha consentito di non essere una rivista “a tesi”, di scegliere sempre il dialogo invece che lo schieramento di posizione, di confrontarci nel rispetto delle differenze – sulla politica o sulla letteratura, non è diverso – a partire da quelle che esistono anche nella stessa redazione.

Fare domande significa non accontentarsi delle risposte già date, cercare di spostare in avanti – o di lato, da un’altra prospettiva – ciò che si presenta come un nodo apparentemente inestricabile, tener conto dell’ambivalenza presente in ogni discorso (o pratica, o posizionamento) senza arrendersi all’idea che ci siano contraddizioni o contrapposizioni da tagliare con l’accetta – e soprattutto non rassegnarsi allo stato presente delle cose.

Fare domande – e riformularle continuamente mentre si ascolta l’Altro, gli Altri – è un modo per riconoscere il conflitto ma scegliere di agirlo in modo attivo e non reattivo? Forse, io personalmente credo di sì. Certo, è una pratica massimamente non ideologica e non conservativa, che ciascuna/o può modulare a partire da sé: da chi è, dove sta e cosa desidera sapere/fare/cambiare.

E patendo, come tutte e tutti, la crisi di senso che si manifesta in questa fase, a causa dei vorticosi mutamenti dello scenario politico, economico, culturale e simbolico, è da una domanda che siamo partite per lo Speciale di questo fascicolo: «Di che cosa parliamo quando parliamo di politica?». Una domanda che nasce dal disagio di molte per il modo in cui le donne – amiche, femministe, politiche, conoscenti e interlocutrici di lunga data – si sono divise nel dibattito sul referendum del 4 dicembre 2016 e che probabilmente torneranno a dividersi, lungo linee di appartenenza alla politica “generale”, nel prossimo referendum sui due quesiti posti dalla Cgil; per i conflitti che erano visibili sotto la coltre dell’unità nel corso della preparazione della manifestazione contro la violenza del 26 novembre 2016 e che in alcuni casi si sono esplicitati: sul separatismo, sulle alleanze, sulle priorità dell’agenda. E in vista di elezioni politiche generali che, indipendentemente da quando saranno convocate, hanno già – e non da ora – al centro il dibattito sul “populismo” e le sue molteplici implicazioni sulle forme e la sostanza della democrazia in un clima di generale sfiducia, diffidenza e ostilità verso la politica, i partiti, le istituzioni rappresentative.

Una domanda che abbiamo posto in prima battuta a una decina di donne di diversa età, collocazione e orientamento politico nel campo che ci pertiene, quello della sinistra. Stessa domanda, stesso spazio di parola, piena libertà di taglio e argomentazione.

Scrivono per noi alcune delle componenti del collettivo redazionale, alcune collaboratrici molto vicine alla rivista, alcune interlocutrici meno assidue ma comunque in relazione con il nostro lavoro di ricerca e riflessione. Le loro risposte sono un primo nucleo di ragionamenti che speriamo possa allargarsi nei prossimi mesi, nel tentativo di configurare un “luogo” di confronto che resti fuori dall’ambiente tossico dei social media e consenta l’ascolto reciproco, intrecciandosi con altre pratiche e altri luoghi.

FONTE: www.leggendaria.it

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Chiamando Negozi Adichi, Dovremmo essere tutti femministi, Einaudi, Torino 2015, 44 pagine, 9 euro e-book 6,99 euro

Now is the Time to talk about what we are actually talking about The New Yorker, 2 dicembre 2016

 

 

 

 

 

 

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Anna Maria Crispino, giornalista e saggista, ha fondato e tuttora dirige la rivista Leggendaria. Libri Letture Linguaggi. Attualmente lavora come direttora editoriale della Iacobelli editore. È tra le fondatrici della Società Italiana delle Letterate (SIL) di cui dal 2000 organizza, con altre, il Seminario estivo residenziale. Autrice di saggi sulle scritture e il pensiero delle donne, ha scritto e/o curato diversi volumi, tra i quali: Lady Frankenstein e l’orrenda progenie (a cura di, con Silvia Neonato, Roma: Iacobelli editore 2018); Dell’ambivalenza. Dinamiche della narrazione in Elena Ferrante, Julie Otzuka e Goliarda Sapienza (a cura di, con Marina Vitale, Roma; Iacobelli editore 2016); Oltrecanone. Generi, genealogie, tradizioni (a cura di, Roma: Iacobelli editore 2015). Ha tradotto e/o curato alcuni volumi della filosofa Rosi Braidotti, tra i quali: Trasposizioni. Sull’etica nomade (Roma: Luca Sossella editore 2008) e Madri Mostri e Macchine (Roma: manifestolibri 2005). Vive in un borgo su un lago molto bello, a volte spazzato dalla tramontana.

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