Tremare di troppa vita, le parole di Antonia Pozzi

di Silvia Neonato, 4 febbraio 2017

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Antonia Pozzi si è adagiata sulla neve, avvolta dal bianco, il colore della purezza, che ama, che vorrebbe avessero i suoi sentimenti, i versi che scrive, le relazioni umane tutte. Ha ingerito molti barbiturici e si è distesa sul prato dell’abbazia di Chiaravalle, ad aspettare la morte. Un passante la trova, Antonia viene trasportata al Policlinico e lì, in quella zona di confine tra la vita e la morte, la colta, vivace, ricca ragazza di 26 anni ripercorre la sua intensa esistenza. A ridarle la parola è Gaia De Pascale:  in Come le vene vivono del sangue. Vita imperdonabile di Antonia Pozzi  compone un toccante monologo di 137 pagine della poetessa morta suicida nel 1938 e riscoperta negli ultimi anni da sempre più studiosi e lettori. Della Pozzi restano anche molte belle fotografie scattate nelle periferie di Milano, sulle Alpi, in Liguria.

Dunque Antonia ci parla dal suo letto di ospedale e racconta gli anni dell’università a Milano, ricorda le adorate montagne che ha persino scalato, i viaggi a Roma, Napoli, Berlino, Parigi. E poi il mare di Portofino e San Fruttuoso, dove ha nuotato e che ha fotografato con la consueta attenzione sensibile agli umili, ai bambini, al creato. De Pascale conosce la sua opera perfettamente (più di 300 poesie, lettere, diari) e può parlare in prima persona restituendoci le tante passioni di una donna a cui la vita pulsa forte nel petto anche se, contemporaneamente, è cagionevole e non adatta a sopportare le ingiurie dell’esistenza (“Per troppa vita che ho nel sangue/ tremo/ nel vasto inverno”).

Mentre intorno a lei si affannano i medici e il padre, autoritario podestà fascista, Antonia rievoca di come il suo professore di liceo le ha comunicato la passione per la cultura ma l’ha fatta anche innamorare di un amore che non sarà mai felice neppure per lui. E poi racconta delle amiche del cuore, della nonna nobile e anticonformista. E degli intellettuali della cui stima ha goduto: del suo docente Antonio Banfi, del poeta Vittorio Sereni, con cui ha molte complicità, dell’amore non ricambiato per Remo Cantoni, delle pedalate gioiose con il socialista Dino Formaggio, che l’ammira ma non si innamora di lei. Amicizie non approvate dal padre ora disperato che non ha certo condiviso la stagione dell’impegno politico con i fratelli Treves, costretti all’esilio per le leggi razziali emanate proprio due mesi prima del suicidio della sua unica, amata figlia.

Gaia De Pascale, Come le vene vivono del sangue. Vita imperdonabile di Antonia Pozzi, Ponte alle Grazie, 2016

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Silvia Neonato

Silvia Neonato, giornalista, genovese, vive a Genova. Organizzatrice di eventi culturali, è socia della SIL, di cui è stata presidente nel biennio 2012-2013. Ha debuttato su il manifesto, ha diretto il magazine Blue Liguria ed è nella redazione di Leggendaria. Ha lavorato a Roma per molti anni, nella redazione del giornale dell’Udi Noi donne, a Rai2 (nella trasmissione tv Si dice donna) e Radio3 (a Ora D), per poi tornare a Genova, al Secolo XIX, dove ha anche diretto le pagine della cultura. Fa parte del direttivo di Giulia, rete di giornaliste italiane. Ha partecipato con suoi scritti a diversi libri collettanei.

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