Rinnegare la madre

di Clotilde Barbarulli, 22 gennaio 2017

 

Come già in Una stretta al cuore e in Fuori stagione, Marie Ndiaye, nota in Italia soprattutto per l’indimenticabile Tre donne forti (2010),  nel libro appena tradotto Ladivine delinea donne e uomini che si muovono in un mondo di segni apparentemente inafferrabili, lasciando a chi legge di decifrare il mistero. Una madre, Ladivine Sylla, semplice e rassegnata alla volontà della figlia Malinka di dimenticare le umili origini, una nipote che si trova intrappolata in un destino non scelto.

Malinka/Clarisse si costruisce una vita borghese, in cui nessuno sa della madre che pure ogni mese va a trovare, senza dirle di sé: quando passeggiano insieme, capisce il tacito divieto – fra le conoscenti che incontrano – “di accorgersi che accanto alla madre c’era una donna silenziosa dalla pelle bianca”. “Nella regione dove la madre di Malinka era nata, dove Clarisse Rivière non era mai stata e mai sarebbe andata, ma di cui aveva guardato fugacemente, con una sensazione di pesante disagio, qualche immagine su Internet”, la gente aveva le stesse caratteristiche di sua madre: fin da ragazza, Malinka , bianca come il padre che l’ha abbandonata, pur avendo “un affetto affranto” nei confronti della madre, fra timore, compassione e disprezzo, si è allontanata da lei, rinnegandola per avere una via d’uscita. Malinka s’inventa nome e vita, rifiutando la madre nera che fa la “serva”, e costruendo – in rapporto al marito e alla figlia (a cui tuttavia dà il nome materno, quasi un’eredità segreta) – “una sottile parete di ghiaccio” che, nel tenerli all’oscuro del proprio tormento, li allontana sempre più. Il rifiuto delle origini attraversa il libro e contamina chi sta vicino a Malinka/Clarisse tenendo a distanza ogni possibile affetto.

Nella sua determinazione a non voler diventare una ‘serva’ come la madre, alla fine Malinka/Clarisse s’impone un’altra schiavitù, quella della vergogna e della colpa che la congeleranno nell’espressione di qualsiasi sentimento. Tra pensieri non detti e impulsi negati, tutto sembra ulteriormente precipitare quando la figlia Ladivine con la famiglia va in vacanza in un luogo lontano, innominato e misterioso, a volte ostile (Africa?), raccomandato dal padre, un paese dove le donne hanno “un’aria di famiglia” e sconosciuti hanno ricordi da evocare alludendo ad una dinamica identitaria comune: non chiede e si lascia avvolgere dalle loro menzogne/verità, quasi prolungamenti fantastici della grande menzogna in cui si è trovata a vivere. Così Ladivine, tormentata dal ricordo di Clarisse e della sua tragica fine, si sente costretta – in territori attraversati come spazi stranianti e al tempo stesso rassicuranti – a reinterrogare quel suo affetto “colmo di rimorsi” verso la madre, le sue paure celate dietro maschere di disinvoltura e allegria, e cede al richiamo delle “voci animate e coinvolgenti della foresta”.

La ricerca delle origini, che in Rosie Carpe andava da Parigi a Guadalupa, qui si svolge in una geografia interiore, fra sogno e incubo. Ancora una volta l’autrice conduce una analisi attenta dell’interiorità, tra realismo e magia, tra rimozione delle origini e impossibilità di leggere nel cuore di chi pure si ama, attraverso flussi di coscienza delle varie donne della famiglia. Un cane (lo stesso?) attraversa il romanzo, ora minaccioso, ora accogliente e protettivo, come rivolgendosi solo alle donne, fra un omicidio e una sparizione, ed è il cane che, accolto da Ladivine Sylla, chiude il romanzo lasciando aperta la fine: “da dove veniva quel cane il cui sguardo, per quanto scuro, la faceva inspiegabilmente pensare a Malinka?”

Ndiaye sottolinea una realtà inquietante che slitta inaspettatamente verso il surreale: tutto il libro è attraversato da un tumulto di sentimenti mai detti, da paure fluttuanti, reali e immaginarie, da rancori, in luoghi senza riferimenti familiari, percorsi da segnali misteriosi, dove “la violenza rintanata” nel cuore può “destarsi” e far cadere nell’insensatezza.

Come è cifra della scrittrice franco-senegalese, il quotidiano viene segnato dal perturbante che travolge tutto, a testimonianza della precarietà di legami, abitudini, relazioni nel mondo odierno. L’autrice, incrinando certezze e luoghi comuni, illumina così l’oscurità del quotidiano, solo in apparenza quieto, e fa emergere una ragnatela familiare distruttiva in un tessuto sociale sempre più disgregato, dove corpi e oggetti sembrano sfuggire ad ogni possibilità di controllo. Emergono ancora una volta, in una scrittura avvincente e destabilizzante, i temi pregnanti della narrativa dallo sguardo obliquo fra fantastico e onirico di Ndiaye: l’identità spezzata, la metamorfosi del sé, la fragilità dei rapporti familiari e sentimentali, fondati sull’egoismo e sull’abbandono, la geografia spaesata e spaesante dell’oggi.

Marie Ndiaye, Ladivine, Giunti 2016, pp. 391, euro 18,00

Marie Ndiaye, Fuori stagione, Morellini 2007.

Marie Ndiaye, Una stretta al cuore, Giunti 2009.

Marie Ndiaye,Tre donne forti, Giunti 2010.

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Clotilde Barbarulli

Clotilde Barbarulli collabora attivamente con associazioni quali il Giardino dei Ciliegi di Firenze, la Libera Università Ipazia, la Società Italiana delle Letterate. Si occupa di autrici contemporanee fra lingue e culture e di scrittrici '800/900. Tra le sue pubblicazioni: con L. Brandi, I colori del silenzio. Strategie narrative e linguistiche in Maria Messina (1996); con M. Farnetti, Tra amiche. Epistolari femminili tra Otto e Novecento (2005); con L. Borghi Visioni in/sostenibili. Genere e intercultura (2003), Forme della diversità. Genere, precarietà e intercultura (2006), Il Sorriso dello Stregatto (2010)."Scrittrici migranti: la lingua, il caos, una stella" (ETS 2010),
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