L’algoritmo dell’amore perfetto

di Gisella Modica, 30 dicembre 2016

In un Giappone non datato e ipertecnologico, ma non lontano dalla realtà, a seguito dell’incremento del tasso di suicidi e di genitori “guasti e sconnessi” il governo decide di affidare i bambini a rischio a Unità Materne Sintetiche. Madri di ferro che parlano con frasi didattiche buddiste tratte dall’Avatamsaka Sutra, programmate da una equipe di monaci buddisti e psicoanalisti veteroeuropei per ottenere l’algoritmo dell’amore perfetto: “a un bisogno corrispondeva il suo soddisfacimento e ogni angoscia veniva processata in tempo reale” secondo un rigido protocollo, l’EPAA, esperimenti pianificati di accudimento artificiale. Obiettivo è la formazione di adulti efficienti che produrranno figli efficienti. “Un piano logico e ineccepibile”, ma qualcosa va storto, i software vengono attaccati da hacker, una setta di monaci buddisti fondatori del MAMA, Movimento Anti Madri Artificiali che profetizzano l’era dell’imitazione e poi il nulla, come predetto da Buddha.

Il virus, che non permette alle madri di riconoscere i bambini, trasmettendo loro paure non processate, produrrà gli issendai “i desideranti” o “troppo bisognosi”, bambini difettosi e “gelidi dentro” come Sumiko “dallo sguardo fisso” che rifiuta tutto: “cibo, affetti, qualsiasi contatto fisico o emotivo”. O come la sua tutrice, Yuki Yoshida, affidata venticinque anni prima, a soli tre anni, a una madre artificiale. Yuki non ha memoria della madre biologica, ne ha cancellato il ricordo anche se “era pervenuta solo al risultato standard di un computer che quando riceve l’ordine di cancellare un dato lo nasconde temporaneamente sotto un nome sconosciuto”.
Si incontrano in un istituto, Gokuraku “Paradiso di Buddha” che aderisce al programma EPAAA, dove vengono ospitati gli issendai per essere “aggiustati”. Le Unità Materne Sintetiche infettate dal virus verranno smaltite in immense discariche dove figli troppo presto privati del loro affetto andranno a suicidarsi sognando “madri organiche e madri inorganiche, mescolate a pezzi” o cercheranno tra i rottami un pezzo da conservare come reliquia da tenere ben nascosta perché proibito. Anche Yuki conserva sotto il cuscino un dito della madre, ma quello che continua a cercare nella discarica è la sua memoria di sistema “il modo in cui le sue dita rivestite di neoprene le avevano tenuto la testa fino all’arrivo del sonno”.
Yuki si rispecchia in Sumiko, le sembra già di volerle bene. “Forse per un momento sto provando empatia” confessa a se stessa, ma subito si corregge: “ma che dici, idiota. Non è altro che … un banale processo di decodificazione legato alla tua memoria genetica. Tu non sei capace di amare”. Di questo amore Yuki ha paura. Da quando conosce Sumiko risente la voce della madre che recita gli aforismi di Buddha Sakyamuni. Teme che la “trascini nella zona pericolosa” dove “entrare è bello ma ritornare è pericoloso”: il ventre metallico della madre dove da piccola si rifugiava di nascosto, “di un bianco fitto e luminoso come l’interno di una conchiglia”.
Il racconto della vita di Buddha si alterna in parallelo nei capitoli come una sottotraccia, un romanzo dentro il romanzo, fino a un punto di convergenza in cui la sua morte/rinascita coincide temporalmente con la morte/ rinascita di Yuki, costringendo chi legge a un continuo spostamento nel tempo e nello spazio.
“Volevo un romanzo schizoide, in cui si sovrapponessero diversi testi e sotto testi … In cui i frammenti non si dispongono a priori in una confezione già pronta ma possono essere continuamente disfatti e ricomposti, come un puzzle, in cui sta al lettore decidere quale pista seguire: quella religiosa, quella neuro-psichiatrica, quella storica, quella fantascientifica” (Viola Di Grado in un’intervista sul blog Letteratitudine del 2 Ago 2016).
Il “guasto” che produce bambini difettosi è frutto della perfezione a cui aspira una società alienata e alienante: è questo il messaggio veicolato attraverso una scrittura bianca, fredda, essenziale, a tratti tecnicistica. Da qui un invito all’amore, all’empatia, all’ascolto del corpo che “dice: fame freddo sonno. Dice: ancora. Dice: di più”. Ma al contempo un invito a rifuggire dal mito occidentale dell’identità, come insegna a Yuki il monaco buddista, fratello biologico di Sumiko: “l’io non è un’entità, è soltanto un progetto interno, utile per una vita serena e una proficua interazione sociale… Il sé è solo uno stormo… Tanti piccoli uccelli che si raggruppano formando la sagoma di un unico uccello gigantesco per illudere e tenere lontano i predatori. Un progetto economico”.

Viola De Grado, Bambini di ferro, La Nave di Teseo, Milano 2016

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Gisella Modica

Sono nata nel 1950, vivo a Palermo, una figlia archeologa precaria, un marito, una gatta in casa, diversi in giardino. Mi sono fatta il ’68, nel ’75 ho detto addio alla doppia militanza e sono diventata femminista. Mi sono fatta tutte le manifestazioni, a partire dal salario alle casalinghe, fino a SNOQ, e tutti gli Otto Marzo, anche se non ci credevo. Sono stata candidata, poi ho detto basta! Voglio solo leggere e scrivere per cambiare il mondo. Femminista sono tuttora, molto vicina al pensiero della Comunità Diotima di Verona. Dal ’93 faccio parte della redazione della rivista Mezzocielo, bimestrale di donne autogestito, fondato nel ’92, dopo le stragi di Falcone e Borsellino, e del direttivo dell’associazione Biblioteca delle donne UDI Palermo, fondata nel 1948. Ho condotto laboratori di narrazione con donne adulte poco scolarizzate e in alcune scuole. Per Stampa Alternativa ho pubblicato Falce, Martello e cuore di gesù, e Parole di terra, tratto da un laboratorio di narrazione con le donne di un antico quartiere di Palermo. Ho pubblicato diversi racconti e saggi su riviste e antologie.

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