Abitata dalla scrittura

di Roberta Mazzanti, 7 dicembre 2016

Accade raramente che sul tavolo di chi va in cerca di bravi esordienti arrivi un primo romanzo che unisce una scrittura originale e raffinata a una bella trama. Una vicenda appassionante che sappia farsi ammirare anche per lo stile: in questa mi sono imbattuta due anni fa, quando ho ricevuto da Giulia Caminito – oggi, a 28 anni, definita da Goffredo Fofi “tra i pochi scriventi (italiani) degni di essere chiamati scrittori” –, la prima stesura di La Grande A, pubblicato poi da Giunti nell’ottobre 2016.

Considero la sua autrice una persona “abitata dalla scrittura”, un’autrice matura che certo può e deve ancora crescere ma già possiede una notevole padronanza dei suoi mezzi… ad esempio, sa sottoporsi quell’operazione complessa che Elena Ferrante chiama “leggere riscrivendo”, partendo dalla prima stesura del proprio romanzo per rielaborarlo criticamente fino alle ultime bozze e trarre buon vantaggio dai suggerimenti degli editor. Certo aiutata dal suo duplice muoversi tra le pagine dei libri, sia come autrice sia come redattrice e curatrice nell’ambito editoriale romano, dove Caminito lavora da alcuni anni.

La gestazione di quello che è stato definito “un esordio dirompente”, uno di quei libri che vorresti non finissero mai e “grazie ai quali è possibile credere nel futuro della letteratura”, è durata più o meno cinque anni: nel primo anno Caminito ha attinto a una storia di famiglia, intervistando a più riprese la nonna che nel secondo Dopoguerra aveva lasciato una vita modesta a Legnano per raggiungere la madre in Africa e trascorrervi anni cruciali di matrimonio, maternità e lavoro nelle terre d’Eritrea ed Etiopia abitate dai coloni italiani.

Quel materiale biografico, mescolato con i miti e i cimeli di famiglia, ha offerto al suo talento romanzesco le trame da sottoporre negli anni successivi al lavorio felice della scrittura, creando la storia di Giada: protagonista di un romanzo di formazione che è soprattutto storia di formazione di un insolito nucleo familiare a dominanza femminile.

Tutto muove dalla scelta anticonformista e profondamente trasgressiva di Adele detta Adi, madre di Giada, che abbandona marito e tre figli bambini nell’Italia fascista per cercare libertà e fortuna nella cosiddetta Africa Orientale Italiana. Stabilitasi in un luogo arduo fra il Mar Rosso e il deserto, la cittadina portuale di Assab dove gestisce un bar-ristoro per i lavoratori italiani, la bella Adi – chiome rosse e unghie laccate, profumo Chanel e aroma di tabacco francese, che va a caccia in pantaloni corti e fucile, tiene a bada chiunque la stuzzichi e, se sfidata, arriva a schiaffeggiare un prete –, chiama a sé la Giadina, minuta e inquieta “come una raganella”, che sogna la Grande A dove riscattare la povertà, la fame e la grettezza in cui ha trascorso l’infanzia. Approdata nell’arsura salmastra di Assab, dopo lo sconcerto iniziale Giada scopre il fascino della vita di frontiera, dello stravagante e mobilissimo nucleo familiare improntato sulla prorompente personalità di sua madre e accresciuto da Hamed, squinternato garzone yemenita, dalla gatta Coruss che odorava di nicotina, da una gazzella “con gli occhi come due morette (…) dal retrogusto di caffè”, dalla fauna di avventori del bar tra i quali sarebbe emerso Giacomo, parlantina irresistibile e fascino da attore che in breve sarebbe diventato il suo fin troppo mobile marito. Così il romanzo scorre veloce e intenso fra Etiopia ed Eritrea, da Assab e lungo le piste desertiche, passando per la tappa di Asmara nei primi non facili anni di Giada moglie e madre, per spostarsi poi ad Addis Abeba, dove la minuta e infrangibile milanese si ritaglia con coraggio spazi di allegria e riscatto negli ambienti conformisti degli italiani in Etiopia.

Adi e Giada con il bambino Massimiliano sceglieranno poi di tornare in Italia, annaspando indomite nel freddo e nelle censure provinciali della campagna di Ravenna, fino al ricongiungimento con il volatile Giacomo.

Nella Grande A Giulia Caminito ha saputo fondere i sapori della fiaba – la gazzella domestica chiamata Checco, i clown e le ballerine del circo ammassati con la piccola Giada nel rifugio anti-aereo, una mamma così mitica da farsi perdonare ogni eccesso – con le emozioni del romanzo d’avventura in cui Africa e Italia si scambiano continuamente i tratti dell’esotico e del perturbante, e con la mobilità cinematografica di scene tra neorealismo e commedia all’italiana (memorabili le partite a carte vinte dalla minutissima Giada e dall’amica Dalila, “un nome delicato per un metro e settanta di carne massiccia e ben formata”; indimenticabili le pagine in cui, lanciata sulla pista da ballo del Circolo italiano o al Ras Hotel dei ricchi etiopi, l’elastica Giada guizzava nel boogie-woogie, “la sua rivincita”).

Giulia Caminito sfugge alle tipizzazioni canoniche dei generi letterari, balza oltre gli steccati tematici: le sue coppie di madri e figlie, ad esempio, non ripetono gli schemi di molta narrativa femminile che l’ha preceduta negli scorsi decenni, rappresentando ferite da strappi insanabili oppure depressive rimozioni del conflitto. Se “vivere con l’Adi era di estrema fatica”, tuttavia Giada non abbandona mai la sua scelta solidale verso di lei, l’ammirazione per “la madre che madre non sapeva fare, la donna che donna non sapeva fare (…) testuggine e sirena, con le sue fisse da montanara e le sue pose bislacche da diva del grande schermo (…) la debolezza in carne e ossa, proiezione di ogni spavento, statua di bellezza, grillo parlante, corifea. Lei, solo lei, era la sua Grande A”.

Giulia Caminito, La Grande A, Giunti, Firenze 2016, pp. 288, 14 euro.

Elena Ferrante, La frantumaglia, nuova edizione ampliata, edizioni e/o, Roma 2016, pp. 384, 19 euro.

Recensioni di Goffredo Fofi, “Storie italiane dall’Africa Orientale” Internazionale, 1 novembre 2016; di Pietro Cheli, “Un posto caldo, dove esiste anche una gazzella domestica”, Amica, 20 ottobre 2016; di Mario Bonanno, “La Grande A”, SoloLibri.net, 18 novembre 2016.

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Roberta Mazzanti

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