La scuola dei maschi

di Bia Sarasini, 13 novembre 2016

 

È il libro di cui si parla, La scuola cattolica, Premio Strega 2016. Al centro il delitto del Circeo, la seconda metà degli anni Settanta, la violenza, un’educazione tutta maschile

Lo dico da subito. Penso che Edoardo Albinati, con La scuola cattolica, Premio Strega 2016, abbia scritto non solo un bel libro, ma un libro importante. Per molti motivi. Il primo, il più ovvio, è l’argomento di cui parla, il delitto del Circeo, avvenuto nel 1975. Il sequestro e stupro di Rosaria Lopez e Donatella Colasanti da parte di Gianni Guido, Angelo Izzo e Angelo Ghira, che si concluse con l’assassinio di Rosaria e la salvezza di Donatella che, chiusa nel bagagliaio di una macchina con l’amica ormai morta, riuscì a farsi sentire. Un delitto sessuale e politico, vista la fisionomia neo-fascista dei colpevoli, che ha assunto una portata simbolica nella storia italiana. Albinati, che frequentava la stessa scuola e viveva nello stesso quartiere, ne fa un’occasione di scavo in un’educazione tutta maschile alla sessualità e alla vita. La scuola era privata, il San Leone Magno, gestita da padri maristi e frequentata solo da maschi.

Altrettanto significativo è il modo con cui Albinati racconta. Una costruzione decisamente policentrica, ricca di digressioni, in quella forma di raccontare pensando o di pensare raccontando che è propria dell’autore anche in altri suoi libri. In una scrittura lieve, dall’andamento quasi ipnotico, apparentemente facile ma sempre alta, che conduce con leggera inesorabilità attraverso le situazioni più aspre.

Il testo è anche un’autobiografia di gruppo, un gruppo che si rivela ben più ampio dei compagni di classe. Una generazione, un’epoca, un genere. Solo alla fine il romanzo, se così lo vogliamo chiamare, di notevoli dimensioni, si fa capire fino in fondo. Si comprende perché all’impresa di squadernare tutti i vari aspetti della costruzione dell’identità maschile, in una certa epoca, in un certo contesto, sono necessarie le digressioni, l’andamento circolare, a onde, della scrittura. È questa forma che permette all’autore e a chi legge di arrivare al cuore di un’esperienza, di accostarsi con crudezza, senza seduzione e abbellimenti, a quello che permea di sé il mondo, così esibito eppure così misterioso: il desiderio maschile.

 Inizio da quello che appare subito, la mole del libro. Come ha preso queste dimensioni insolite, 1295 pagine?

<<< Ho lavorato a questo libro per nove anni, dieci se si considera il lavoro editoriale conclusivo. Solo dopo parecchi anni ho capito che sarebbe stato qualcosa di diverso da un romanzo o da una ricostruzione, che avrebbe preso uno spazio incalcolabile a priori. Quando ho fatto la redazione collazionando e montando i pezzi che avevo scritto negli anni, mi sono reso conto delle dimensioni. È stata una sorpresa anche per me.

Da dove è venuto lo stimolo a scrivere, è stato il delitto del Circeo?

 Lo spunto è stato il secondo grave delitto di Angelo Izzo. Nel 2005 in semilibertà uccise due donne, madre e figlia a Campobasso. Qualcosa che avevo non cancellato, ma messo da parte, il primo delitto, e il fatto di avere studiato nella stessa scuola, abitato nello stesso quartiere, mi hanno costretto – no, costretto sembra un obbligo – mi hanno riportato a considerare l’idea di poterne scriverne. È stato anche un modo di tornare a quegli anni, di cui volevo parlare. Li conosco bene, avevo diciotto anni, ero nel pieno delle mie forze.

Ho letto con molto interesse, tra divertimento e inquietudine, questa storia di un’educazione maschile. Che nella costruzione letteraria raggiunge una sincerità rara.

Mi è costata un certo sforzo questa inchiesta sul carattere maschile, su quello che all’epoca era ancora un modello dominante, però già in crisi. Era interessante vedere come questo modello venisse replicato, quasi come una rivincita sui movimenti di emancipazione femminile. E dall’altra parte, per altri versi, si cominciasse ad abbandonarlo, anche se mai per intero.

Che cosa l’ha spinta a questa analisi così oggettiva e nello stesso tempo introspettiva? C’è una comunità ma anche lei in prima persona.

<<< Vorrei poter dire la mia vena artistica, e basta. Vorrei limitarmi a dire che pensavo di poterlo fare, di riuscire a farlo, di avere le facoltà e le abilità necessarie a raccontare. Pensavo di poterlo fare in modo più spassionato di altri, fuori dalla retorica. In una sincerità che è artistica, non umana. Senza fare per forza lo sdegnato oppure essere commosso, coinvolto.Volevo esaurire quello che c’era da dire, per me è stato un modo per oggettivare qualcosa che si agitava da sempre. Ora che il libro è in circolazione spero che l’adolescenza, l’essere maschio in quell’epoca non mi riguarderà più. Anche e soprattutto il delitto, mi ha saturato. Non il Circeo, ma quel genere di delitto, ci sono stato immerso per qualche anno.

A proposito della violenza. Alla ricostruzione del delitto lei dedica un solo capitolo, invece molte pagine di riflessione sul perché gli uomini stuprano.

L’unica cosa che sento come vera in assoluto è che da millenni si svolge un grande conflitto, il più grande, il meno considerato, il meno evidente. Insomma, che il conflitto più duraturo e più significativo sia quello tra uomo e donna piuttosto che tra classi o tra generazioni. Allora, freddamente, con lo sguardo se possibile oggettivo, ho cercato di capire quel particolare delitto. E gli ho dato il nome di rappresaglia, cioè un fenomeno molto specifico, avvenuto in un momento particolare di questa guerra, di questa lunga guerra. Non sarebbe stato possibile, forse, dieci-vent’anni prima né dieci-vent’anni dopo. Sicuramente il conflitto continua, o in altre forme, o in altri luoghi. Però allora ebbe proprio il carattere della rappresaglia, e come nella rappresaglia prevede la totale intercambiabilità delle vittime. Fatto peraltro vero, in questa particolare storia. Le ragazze dovevano essere altre, e anche alcuni dei violentatori. L’intercambiabilità secondo me è la caratteristica più tipica della violenza sessuale. Anche quella degli stupratori, non solo quella delle vittime, che è assodata statisticamente.

 

In che senso? Questo è meno chiaro.

Nei casi di violenza precedenti al delitto del Circeo erano stati coinvolti altri ragazzi di quella stessa classe, di quello stesso gruppo, che poi hanno pagato minimamente o per nulla. Era più interessante ma anche più perturbante, come scrittore, ipotizzare che l’essere vittima ma anche essere stupratore fosse alla portata di tutti. Secondo me ha una rispondenza nell’attività politica di allora. Si poteva essere assassini o assassinati. Nelle mie personali conoscenze ci sono entrambe le categorie.Tuttora di quegli anni mi colpisce che il confine fosse molto facile da attraversare in un senso o nell’altro.

Lei conosce quei gruppi, quegli autori che dicono che la violenza riguarda la sessualità maschile? È d’accordo, anche se lo dice in un altro modo?

Il modo in cui si dice costituisce la convinzione stessa. Penso che vi sia qualcosa di profondo che si può perlopiù controllare, o reprimere, attutire. Che vi sia una potente ma implicita violenza nell’incontro tra uomo e donna. Addirittura arrivo a ipotizzare che sia sempre presente, anche nell’incontro più gioioso o più felice, più spensierato. O addirittura nel patto coniugale. Si attiva raramente, ma c’è sempre, in potenza. E questo, in una delle poche convinzioni che posso rivendicare come teoria personale e non altrui, questo per un timore, come reazione a un timore, una ritrosia fondamentale del maschio all’atto sessuale stesso. È un rovesciamento rispetto all’idea della ritrosia femminile. Al contrario vi vedo una reazione violenta alla paura, al timore che nel maschio c’è delle conseguenze, delle implicazioni dell’atto sessuale. Che devono essere cancellate nell’atto stesso, compiuto in modo violento. Come se, nel congiungersi con una donna, il maschio senta un rischio, ed elimini il rischio con la brutalità.

Intorno a questo nucleo di violenza che l’ha spinta a scrivere, lei racconta abbastanza dettagliatamente la storia di un gruppo, una comunità maschile. È un vero ritratto di gruppo, anche nell’eterogeneità che c’è nell’essere compagni di scuola. In cui il quartiere, la scuola sono il contenitore.

 Più che un’occasione sociologica era proprio un’occasione narrativa, qualcosa che poteva essere raccontato, ecco. Una storia individuale perdeva molto del suo fascino, che viene invece dall’elemento collettivo. Questa è la ragione per cui ho dato così importanza al gruppo scolastico, come non pensavo all’inizio. Il libro si chiama La scuola cattolica. In verità, a parte alcuni accenti, alcune tipicità di una scuola di preti, il sottotitolo è: la scuola dei maschi. Quella stessa scuola alcuni anni dopo è diventata mista e sarà rimasta pure cattolica, ma è come se tutto quello di cui io parlo sia svanito di colpo. Inoltre ho usato quel gruppo maschile per descrivere tutte quelle esperienze di comunità maschile che ho continuato a vivere durante la mia vita. Da vent’anni insegno nella sezione maschile del carcere di Rebibbia, uno strano avamposto, dove ancora esiste la separazione sessuale. Un’esperienza di quasi totale segregazione sessuale l’ho vissuta anche nei mesi in cui ho lavorato in Afghanistan. Ho osservato che con l’esclusione totale, o quasi, dell’elemento femminile dal lavoro tutta la sentimentalità, l’affettività fosse esclusivamente tra maschi. Compresa la tenerezza o la cavalleria che normalmente avvengono nell’incontro tra sessi diversi. Mi ha molto colpito che in un ambiente totalmente maschile ci fosse tra maschi un atteggiamento quasi svenevole, quasi proprio di tenerezza, come se si fosse in un liceo tra ragazze.

Nella sua scrittura più reale del reale, quasi una sorta di ingrandimento degli avvenimenti, c’è una storia italiana densa. Penso alla storia politica, alla violenza non solo tra uomo e donna. Il suo modo di guardarla è molto particolare. Sono sempre stato dentro e fuori. Abbastanza interno per poterne parlare, ma mai coinvolto fino al collo. La mia posizione verso la politica ora è di totale distacco, all’epoca invece era di coinvolgimento/distacco. Questo mi mette nelle condizioni di poter raccontare senza paura, con disinteresse, cercando di non essere partigiano. Posso permettermi di dare un giudizio un po’ tranchant che possa essere artisticamente, narrativamente più vero di altri. Perché non ho niente da difendere. Né memorie, né compagni, né camerati. Né altri di cui debba prendere le parti. Non devo tacere di quello che mi ricordo e che so, o anche di quello che mi invento, visto che la metà del libro, volendo fare una percentuale all’ingrosso, è invenzione. Che mi serve paradossalmente a rendere più verosimile ciò che sarebbe la pura memoria. Sono spassionato insomma, anche se penso che quegli anni siano stati un’epoca d’oro, aurea, oltre che crudele. Non solo violenza, come si racconta. Ma neppure penso che vada esaltata, diventi oggetto di nostalgie, come succede. Vorrei essere esente da questo sentimento. La nostalgia penso sia quasi peggio del rinnegare. Dal punto di vista dello scrittore non ha nessun senso esserlo.

Nel leggere il libro ho pensato che per raccontare la destrutturazione di questa individualità maschile, il modo in cui la squaderna in qualche modo, abbia bisogno della forma che lei adotta. Comprese le dimensioni. È un ragionamento che le risuona?

Beh, la forma. Io vado cercando una forma dello scrivere da sempre. In questo libro ho provato a mettere insieme tutto quello che avevo imparato sui modi di scrivere in un lungo apprendistato. La stessa ricerca sui temi lo richiedeva, come dice lei, lo squadernare quasi in modo cubista i punti di vista sull’identità maschile. Compresi i derivati: non avrei scritto del fascismo se non fossi partito dall’identità maschile, non mi interessava una riflessione politica. Tutto questo richiedeva uno strumento duttile, una scrittura che aderisse agli argomenti, ai personaggi, e fosse anche ciò che teneva insieme. Ma tiene insieme? Finora in decine di interviste mi viene chiesto quasi solo degli argomenti. Siccome tutto quello che avevo da dire è nel libro, a me interesserebbe trattare del tema letterario. Ma se il libro sta insieme non lo abbiamo ancora stabilito.

Nel leggere ci si chiede: chi è che parla?Le voci sono diverse e possono essere spiazzanti, anche irritare. Perfino far pensare che l’autore sia loro complice, li giustifichi. Perché ogni voce, ogni personaggio aderisce a quello che dice. C’è di volta in volta il ragazzo alle prese coll’apprendimento del sesso nella forma più becera, quello a cui piacciono le mamme dei compagni, c’è quello che passa il tempo con i compagni, gli stessi compagni. E ognuna di queste voci sembra totalmente identificata con quello che sta raccontando. Però vedendolo nell’insieme, e questo l’ho capito solo alla fine, è chiaro che la voce narrante non aderisce a nessuna di queste parti. E questo, a mio parere, tiene insieme il libro.

Spero sia così. Allora ci sarà una chiusura. Confesso che non riesco a padroneggiare il libro fino in fondo. L’ho scritto molto, ma letto poco. Devo attenermi a quanto dicono i lettori.

Avere esploso questa soggettività, questo desiderio in più voci, senza dichiararlo, non concede molto al lettore, lei racconta tantissime storie ma non c’è una narrazione. È un libro concettuale.

Quasi solo concettuale. Penso che la definizione più giusta sia “confessione”. Penso a Rousseau, Sant’Agostino. Un genere sicuramente narrativo, introspettivo, riflessivo. Ma se lei mi chiede di chi è la confessione, mi vengono dei dubbi. Che non sia io, che a confessarsi sia un noi. Molto spesso ricorro a un noi, non necessariamente solo dei compagni di scuola. Allora i maschi, i maschi della mia età? Noi italiani? Includiamo tutto? Se così è, questa è una confessione plurale, questo lei diceva prima, questa voce maschile che si rifrange attraverso diversi personaggi. Nella stesura finale per me ha preso molto piede per esempio Rummo, che all’inizio quasi non c’era, era una comparsa. Poi ho pensato che a questo spettro di adolescenti volevo dare un altro colore. Un ragazzo bravo, quasi un Garrone da libro Cuore, anche se non così stereotipato. Ne ho conosciute, di queste ampie famiglie cattoliche.

Ma quale è il nesso tra la scuola cattolica, il quartiere e quei ragazzi?

 Il fatto è che c’è un nesso, un nesso non causale che procede per analogia, molto forte. Ho già detto che tra me e uno di quel gruppo di assassini ci sono il 99 per cento di cromosomi identici. La differenza che c’è tra il moralismo piccolo e il moralismo grande, è che il moralismo piccolo trova le differenze con quello che vuole condannare. Il moralismo grande è quello che trova le somiglianze. Che cosa ha in comune chi scrive, il moralista, con il peccatore, il criminale, con colui che deve essere esecrato? Molto, troppo. Ma non però per un rapporto di causa-effetto, ma per un rapporto di contiguità, di somiglianza. Di analogia. È stata la scuola cattolica a produrre i mostri del Circeo? No. Potevano venire da un altro posto che non fosse quello? No. Solo in quegli anni, solo in quel quartiere potevano concentrarsi quegli elementi che hanno portato al delitto.

L’argomento, sesso e sessualità è ben presente…

Hanno scritto che ne sono totalmente ossessionato. Al punto che il vero maniaco del libro sarebbe l’autore…

Restituisce, nell’oggettività della scrittura, un tratto che mi sembra comune ai maschi.

Io penso che se il sesso non è ossessivo non è. Ossessivo quanto lo è sicuramente nell’autore, ma quanto lo è nella sua forza. O c’è o non c’è.

È un libro molto esplicito sul tema. Lei non è l’unico scrittore che scrive di sesso. Ma nel suo libro è assente il narratore che avvince con la storia. È molto crudo. A leggerlo, da donna, ci si diverte, ma si rimane anche turbate. Non c’è seduzione.

La seduzione o fascino, in realtà, è sempre un modo, una forma di potere, la più affascinante. La differenza tra pagare, violare, sedurre trascolora in forme di esercizio del potere. Nel libro ne scrivo quando parlo del romanticismo come teoria fabbricata perché la donna possa cedere se stessa con la grande scusa del sentimento.

Quello che colpisce, e che fa pensare parecchio, è il racconto, come dire, dall’interno, di come il desiderio maschile può essere estremamente crudele. Può essere indifferente. Questo credo sia quello che colpisce di più. E non solo quello dell’assassino omicida.

Io credo che il desiderio sia fondamentalmente indifferente, altrimenti sarebbe un sentimento.

Le donne non sono abituate a pensarlo.

Credo che sia una questione di esperienza storica. Per me la reificazione del corpo altrui è il punto più mortificante e vile dei rapporti umani, ma anche il più desiderabile. Se si realizza in chiave amorosa è l’approdo della propria beata spersonalizzazione. Basta con l’io, tu – siamo cose nelle mani dell’altro – è l’uscire da questa condizione di finitezza, di identità, di maschio-femmina. Tutte cose che servono ad avere una patente, pagare le tasse, ma non vanno oltre. Da un lato la finzione dell’identità, dall’altra parte la stessa identica cosa è la più mortificante, più bestiale, più disumana. La disumanità è nel tempo stesso l’approdo più celeste, e lo sprofondo delle tenebre. Le cose sono importanti. Come diceva Rilke, vorrei essere soltanto l’ombra di quelle due mele sul davanzale.

*L’intervista è il risultato di due incontri, uno telefonico e uno di persona, a distanza di due mesi.

Edoardo Albinati, La scuola cattolica, Rizzoli, Milano 2016, 1295 pagine, 22 euro, e-book 9,99 euro

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Bia Sarasini

Bia Sarasini è giornalista e saggista, ha scritto e condotto programmi a Radio3. È stata direttrice di "Noidonne". Con altre ha fondato il sito DeA. È nella redazione di "Leggendaria", è stata presidente della Società italiana delle letterate, di cui ora dirige il settimanale online "LetterateMagazine".

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